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Politicamente corretto – pt.1: da Luxuria a Junior Cally

A 5 anni Carletto era già politicamente scorretto e suo padre lo redarguiva: “Carletto di qua, Carletto di là…”.

“Carletto non tirare la coda al gatto,
Carletto non picchiare la sorellina,
non chiudere la mamma nella cantina,
non dire alla nonna che è ingrassata,
non mettere i pesci (vivi) nel frullatore”.

Ma Carletto era solo il protagonista di una hit dei primi anni 80’ che cantava col bravissimo Corrado (o forse no).

Oggi, lo diciamo con ironia, dopo 40 anni questa canzone farebbe sobbalzare dalla sedia qualche associazione di genitori ortodossi o animalisti, per istigazione alla violenza.
Ma quelli erano anni in cui nello stesso show dove cantavano Corrado e Carletto, c’era un Renato Zero, certo etero, ma più eccentrico ed effeminato che mai, e al cinema spopolavano film come “Delitto al Blu gay” e il “Vizietto”.
Pose e pellicole cult, tuttavia infarcite di stereotipi e clichè non sempre edificanti per i gay. Ma per meglio comprendere il contesto, occorrerebbe storicizzare, cosa che non faremo.

 

Il “politicamente corretto”

 

Nel nuovo millennio, per valutare cosa dire e come, c’è il termometro del “politicamente corretto”.                                                                                                                                         Accade così, che alcuni temi, prima trattati con superficialità e goliardia da bar, sono diventati terreno minato o addirittura off per molti comici.
Quali? In vetta alla classifica dei temi tabù per la comicità ci sono: il cancro, gli ebrei, i gay, la religione e le disabilità. Quest’ultima in realtà è motivo di ilarità per il comico Salvini e i suoi, che in un video hanno bullizzato un ragazzo che mostrava difficoltà nel parlare.

Anche il sessismo offre il fianco alle polemiche, sono di questi giorni le accuse contro il povero Amadeus,  Salvo del Grande Fratello e Junior Cally. Il primo forse vittima di ipocrisia e perbenismo, il secondo per essersi lanciato in questo apprezzamento agghiacciante nei confronti di un’altra gieffina: “C’era quella piccolina – aveva detto “ironicamente” ai suoi coinquilini – vestita tutta trasparente. Quella si merita due schiaffi che gli devi spezzare la colonna vertebrale. È da staccare la testa e la lasci con la pelle sul letto, perché le ossa me le sono bevute. Quella è da scannare”; Junior Cally invece è accusato di tutto: omofobia, sesso con le Lelly Kelly e con una nonna in un bosco.  

Insomma, il metro del politicamente corretto a volte sembra incapace di discernere le cose gravi dalle semplici gaffes: caccia alle streghe e incapacità di discernimento?

Zalone invece ironizza su chiunque. Non risparmia “gli uominisessuali (che sono come noi)”,  e gioca anche coi disabili e gli immigrati dei barconi.
Ancora, serie tv come “Brickleberry”, “American Dad” e “I Griffin” ironizzano su neri, ebrei, gay, disabili, tumori, violenza e anche pedofilia e incesto.

Infine il giovane comico e fumettista Stefano Rapone ha avuto addirittura l’ardire di rendere protagonista di un suo sketch su Italia1, Anna Frank (clicca sulla foto per vederlo).

Sono esempi di una comicità considerata dai più come irriverente ma anche brillante, consapevole e intelligente. Molti altri però, non la pensano così.    

       

In molti c’è la convizione che finchè la parola gay verrà usata per facili ironie, sembreranno legittimati atti di machismo, discriminazione e bullismo e che perciò non sia inopportuno ironizzare su tutte quelle minoranze ancora impegnate in battaglie per i propri diritti e integrazione.

D’altro canto non tutta la comunità Lgbt, la pensa così. Il politicamente scorretto piace, ed escludere i gay dalla comicità per qualcuno fa l’effetto “riserva indiana”.

 

Cosa, o chi definisce un’affermazione o una battuta come irriverente, goliardica, ironica o offensiva e addirittura omofoba o razzista?

Il politicamente scorretto, davvero scorretto!

Mario Borghezio è un anziano politico che ha sempre ribadito le sue simpatie fasciste.
Recentemente è stato condannato per gli insulti all’ex ministra Cécile Kyenge ma si difese invocando la libertà di espressione, contro la “polizia del pensiero”, rivendicando il suo diritto a non piegarsi al politicamente corretto.

L’ipocrisia e il diritto a non essere politicamente corretti, vanno sempre a braccetto nei vaneggiamenti di personaggi politici rubati a Barbara D’Urso, come Borghezio, Salvini, Giovanardi, Mussolini, Adinolfi e i loro compari.

 

La contestazione del “politicamente corretto” è legittima, ed è rivendicata sulle basi della libertà di pensiero e di espressione, oltre tutti i conformismi.

Tuttavia il “politicamente scorretto” è spesso pretestuoso alla maleducazione, diventa scusa per esprimere parole razziste, sessiste, omofobe, islamofobe, discriminatorie e violente.
Purtroppo non sono pochi gli analfabeti funzionali che pensano: “Parlano come mangiano”, “Sono come noi”; e interpretano questi atteggiamenti come indicatori di sincerità e coraggio.

                                                                      

Quando nel 1991 George Bush parlò del “politicamente corretto” come un pericolo per la libertà di parola, non si spinse a ridicolizzare pubblicamente una persona con una grave malattia genetica, nè accusando una giornalista di fare domande ridicole perché aveva le mestruazioni, come ha fatto poi Trump […].
Si è passati da una riflessione legittima, alla sua degenerazione più becera.

 

Il filosofo Paul Ricoeur già nel 1967 scriveva: «La violenza che parla è già una violenza che cerca di avere ragione; è una violenza che si pone nell’orbita della ragione e che già comincia a negarsi come violenza».

 

Attenzione, è anche vero che essere “politicamente corretti” in modo radicale rende antipatici, diciamocelo.
Il politicamente corretto si accompagna spesso alla presunzione di una superiorità intellettiva e intellettuale, paga il peso dell’arroganza di chi “è nel giusto” ma in un modo del tutto astratto facendo poi pagare concretamente le conseguenze economiche, sociali o morali, alle persone comuni […].

 

Il politicamente scorretto, corretto!

Ridiamo sull’inusuale, paradossi, clichè, luoghi comuni, sul verosimile, sull’assurdo e spesso non è importante soffermarci, sarebbe come chiedere di una barzelletta il perchè o il seguito.                           
Ridere di qualcosa non vuol dire per forza deridere o sottintendere disprezzo verso l’oggetto della battuta.                                                                                       

Fare una battuta a tema sessuale non significa per forza fare una battuta sessista, fare una battuta su una persona trans non sottintende obbligatoriamente sentimenti omofobi, anche se si usano clichè.
Anzi, il distacco da talune realtà permette talvolta di scherzarne con la giusta leggerezza.
Tuttavia anche se c’è la buona fede del comico di turno, questi non può certo pretendere che chi ascolti debba condividerne sempre l’ironia.

Molti artisti, comici, autori, devono scendere a patti con l’impossibilità di esprimersi liberamente senza che una schiera di censori (forse) privi di ironia, accorra per zittirli per un’ affermazione “un po’ fuori dall’ordinario” su donne, neri, migranti, omosessuali.                                                                                                     

Ma chi decide se la battuta è razzista, sessista, omofoba o islamofoba?
Forse il contesto, il cosa, chi e il come, l’intelligenza e la sensibilità di chi parla e di chi ascolta, lo stato emotivo.                                                                                                                                    Ma aimè, tutte componenti soggettive.

Parole, parole, parole?
Il politicamente corretto appartiene al linguaggio e chiaramente non basta.
Che senso ha chiamare un cieco “non vedente”, affermare che siamo tutti uguali, se poi non seguono azioni concrete per migliorare la vita delle minoranze?
Tuttavia le parole hanno un peso importante e occorre soppesarle.

Negli anni Settanta, chi rivendicava l’uso della parola “neri” invece di “negri” puntava a veder riconosciuti i neri come soggetti politici, non a chiamarli in un altro modo.
L’espressione “nativi americani” fu preferita dagli stessi attivisti indigeni poiché ne riconosceva una serie di diritti prima contestati.

Quando Giorgia Meloni si oppone all’uso di “genitore” al posto di “mamma” o “papà” il suo vero obiettivo non sono le parole, ma negare la possibilità della genitorialità in ogni forma, da parte delle coppie dello stesso sesso […]​.

Parlare è anche azione e ad ogni azione seguono conseguenze, come nella vicenda che stiamo per raccontarvi nella seconda parte dell’articolo che troverete cliccando qui.

 

 

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