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Omofobia interiorizzata: da vittime a carnefici

“Sono omosessuale e figurati se ho qualcosa contro gli omosessuali, ma secondo me il pride è una carnevalata, i gay sono tutte t*oie isteriche e un figlio a una coppia gay io non lo darei mai” e altre sintomatiche manifestazioni di una profonda omofobia interiorizzata.

Gli psicologi concordano nel definire l’omofobia come un pregiudizio irrazionale contro le persone non eterosessuali. È tipica degli estremisti religiosi e ultraconservatori il cui pensiero è tutt’altro che flessibile, in profonda connessione con il maschilismo e l’eterosessismo. Gli omofobi hanno seri problemi di personalità e sappiamo che non esiste omofobo peggiore dell’omosessuale che non si accetta. Si chiama omofobia interiorizzata e consiste in un rifiuto implicito o sottile della propria omosessualità e dell’omosessualità altrui quando è visibile e riconoscibile. La paura del rifiuto, il terrore di essere discriminato e offeso, nonché la reticenza a parlare della propria vita privata sono alcune delle caratteristiche più frequenti dei non eterosessuali che ne soffrono.

Ma da dove nasce?

Crescendo, i bambini apprendono e fanno proprie le nozioni e le convinzioni che mamma, papà e gli adulti di riferimento inculcano e insegnano loro. Se nasciamo e cresciamo in un ambiente tutt’altro che gay-friendly, non tarderemo a far nostri i pregiudizi sull’omosessualità e sui non eterosessuali, quindi su noi stessi. L’interiorizzazione della violenza simbolica che l’eterosessismo esercita su noi gay si traduce nella difficoltà di mostrarci per quello che siamo davvero, anche in età adulta, anche dopo aver fatto coming out. Non sono poche le persone non eterosessuali che vivono emozioni estremamente negative alla sola idea di risultare “visibili”, di uscire dall’armadio e vivere il proprio orientamento sessuaffettivo alla luce del sole. 

Per questo, particolarmente evidente è l’omofobia interiorizzata nei confronti dei gay visibilmente meno virili e più effeminati. La profonda convinzione secondo cui chiunque non sia eterosessuale è inferiore, fa sì che molti gay riversino su altri gay le frustrazioni e i dolori patiti e accumulati nel corso degli anni, generando così ulteriore sofferenza.

Risultato?

Finiamo un po’ tutti col credere che eterosessualità sia sinonimo di felicità. Non accettando chi siamo, ci condanniamo all’infelicità perpetua, convincendoci sempre di più che se fossimo etero saremmo più felici.

Ma è davvero così? Ne parliamo nel prossimo post. 

Alessandro Cozzolino, life coach

 

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