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Palestina: la comunità queer esiste?

Palestina: la comunità queer esiste? In questo periodo estremamente delicato vorrei parlarvi della comunità queer in Palestina. Ancora oggi sento tanta retorica propagandistica come “lanciare le persone queer dai palazzi“. C’è bisogno di parlarne allora.

Palestina per i diritti umani

Gli stereotipi prevedono che i musulmani, o in generale gli arabi e nello specifico palestinesi, sono per natura omofobi. Una cosa che apprezzo molto è il fatto che la nostra comunità LGBTQIA+ risponda a tono. Non solo la cosa non li scalfisce, ma il responso generale è solitamente: “Non m’interessa, penso che le persone in Palestina dovrebbero avere diritti umani“. Ma penso sia più importante adesso espandersi sull’argomento. Ecco perché vorrei fornirvi diversi punti di vista direttamente da una persona che fa parte di queste realtà.

Da dove vengono queste informazioni?

Ho incontrato Miri su TikTok circa una settimana fa. In questo momento i miei social sono molto incentrati sulla comunità in Palestina, o in generale tutti quei paesi che stanno venendo oppressi da forze colonizzatrici. Miri fa contenuti d’informazione riguardo la società musulmana e palestinese, portando ogni giorno non solo i link alle famiglie bisognose ma anche giusta informazione. In questo momento, dove i media ci remano contro e fanno ciò che vogliono delle informazioni in nostro possesso, penso sia necessario dare voce a persone che invece di questo sanno e sanno eccome.

In Palestina come nel resto del mondo noi esistiamo

Il primo punto penso sia abbastanza scontato: indubbiamente persone LGBTQIA+ in Palestina esistono. Una delle ragioni per le quali le persone che non sono né musulmane, arabe o palestinesi non sanno di questa cosa è perché moltissimi musulmani LGBTQIA+ non parlano apertamente della propria identità. C’è bisogno di comprendere che questa libertà di espressione è parte del “privilegio bianco”, vale a dire dell’apertura che sono una persona bianca può avere in società. Avendo la possibilità di avere più “potere”, o comunque esser visti di buon occhio, si è più banalmente protetti nell’esprimersi in una determinata maniera.

Sono altre persone che hanno portato l’odio

Un altro punto fondamentale da dover comprendere è che il colonialismo ha esacerbato tutte quelle attitudini pre esistenti riguardo l’essere LGBTQIA+. Per esempio: il mandato contro l’omosessualità presente in Palestina, che in generale non è obbligatorio, è una legge britannica proveniente dalle proprie colonie. E nonostante ci sia un’abbondanza di persone LGBTQIA+ musulmane, c’è anche una forte e rumorosa minoranza che è molto aggressiva contro di loro. Alla stessa maniera la nostra controparte cristiana ha una grande fetta di persone omofobe e transfobiche.

Palestina oppressa dalla disinformazione

Ci sono persone LGBTQIA+ musulmane in mezzo a noi. Una serie di dati provenienti da studi hanno provato che più della metà dei musulmani in America accetta persone LGBTQIA+ musulmane. E questi dati statistici stanno solo migliorando con il tempo. Questo ci fa capire essenzialmente un punto: non è un argomento che possiamo prendere alla leggera. Solo perché c’è stata insegnata una determinata cosa non significa che sia per forza vera. La comunità musulmana è decisamente più oppressa rispetto a quella occidentale. Tutto ciò che a noi richiede un minimo sforzo per loro è un rischio. E non c’è abbastanza informazione sana e dettagliata sull’argomento, o in generale riguardo la Palestina e tutti quei paesi in grande sofferenza.

Pink washing e falsi miti

L’altra ragione per la quale le persone musulmane LGBTQIA+ non sono tanto estroverse o visibili è perché, specialmente adesso, sono vittime dei sionisti. E c’è bisogno di dirlo a gran voce. Sia la comunità cristiana che quella ebraica sionista hanno tendenze omofobe. Probabilmente non se ne parla altrettanto della parte ebraica sionista per via del pink washing (vale a dire la falsa convinzione che si si stia aprendo al mondo gay e transfemminista). Questo cosa comporta? Che esistono diversi falsi miti riguardo Israele, come per la Palestina ma in senso inverso, e c’è bisogno di fare più luce su questo paese per quello che veramente è.

La Palestina queer viene sfruttata e minacciata

Prima di tutto il matrimonio tra persone LGBTQIA+ dello stesso sesso è illegale in Israele. Le persone della comunità hanno bisogno di sposarsi al di fuori dei suoi confini per poter riconoscere il proprio matrimonio. Hanno anche problemi con questo particolare legislatore, Yitzhak Pindrus. Difatti ha dichiarato che “l’omosessualità è un pericolo molto più grande per Israele di quanto non lo sia Hamas“. Ma ancora: un altro aspetto del pink washing di cui non si sa abbastanza è il fatto che Israele e l’IOF sfrutta e minaccia le persone LGBTQIA+ in Palestina per farle propri informatori.

La realtà dei fatti è tutt’altra

Non solo questo comportamento è razzista e islamofobico, ma è profondamente omofobo. Ecco perché progetti come Queering the Map sono essenziali nella lotta alla disinformazione. Grazie a questa bellissima iniziativa tantissimi ragazzi LGBTQIA+ in Palestina, come arabi e musulmani, possono raccontare di sé. La maggior parte delle note sono strazianti, parlando di amore e perdita all’interno dei loro confini. Ma, in mezzo a questi, tantissimi messaggi di solidarietà e resilienza. Anche il Time ne ha parlato, portando alla luce questi racconti di persone LGBTQIA+ palestinesi.

Diversi sono i complici del genocidio in Palestina

Perciò è importantissimo ripetere che la retorica sulla comunità LGBTQIA+ palestinese, musulmana e araba che viene “gettata dai palazzi” è profondamente omofoba e transfobica. E questo perché si presume che le persone LGBTQIA+ musulmane, palestinesi e arabe non esistano. In qualche modo, inoltre, mira a cancellare la persecuzione che stanno subendo. E, come se non bastasse, proviene da una comunità estremamente privilegiata, soprattutto parlando dell’America. Anche perché, come se si dovesse dire, quest’ultima è complice del genocidio in Palestina.

Non usate minoranze contro altre minoranze!

Molto spesso queste persone che alzano un polverone sulla comunità musulmana, araba e palestinese fanno finta di poter essere idealmente perseguitate. Quando in realtà sono queste comunità ad essere perseguitate, e con l’aiuto delle tasse che paghiamo. E, solo come un promemoria: questo discorso non include se essere LGBTQIA+ è permesso dall’Islam. Il concetto è più o meno simile al fatto che le persone che non sono musulmane non hanno bisogno di conoscere l’Islam per rispettare e proteggere questa comunità. I musulmani, infatti, non hanno bisogno di capire le identità LGBTQIA+ per rispettare e proteggere le persone LGBTQIA+.

Diamo voce alle persone in Palestina

Detto questo ringrazio calorosamente Miri per aver parlato di queste verità nascoste sulla comunità LGBTQIA+. Ma, cosa più importante, di aver dato voce alle persone musulmane, arabe e palestinesi della nostra comunità. Ci troviamo in un momento nel quale le nostre società non ci portano più rispetto. Forse non ce l’hanno mai portato. Ed è per questo che notizie come queste dovrebbero essere riportate. L’odio e la disinformazione possono essere contrastati solo così: facendo più rumore. Non lasciamo che false credenze e miti ci portino ad escludere parti di questa nostra grande società. Non dobbiamo essere complici a nostra volta per ignoranza.

Spero che questo contributo possa esservi stato d’aiuto, e che in qualche modo vi abbia aperto gli occhi sulla Palestina e il resto del mondo.

 

Aeden Russo

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