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“It’s a sin”: tutti i motivi per cui dovete ASSOLUTAMENTE guardarla

Nel Regno Unito, è una delle miniserie più chiacchierate del momento. Ma in Italia, stranamente (o forse no), ancora è semi-sconosciuta. Si tratta di It’s a Sin.

Produzione della rete britannica Channel 4 (recentemente approdata anche negli Stati Uniti) e creata dal celebre sceneggiatore Russell T Davies ( il “padre” di Queer as folk per intenderci). Affronta un argomento sempre decisamente pruriginoso per i canoni televisivi tradizionali ma ancora rilevante anche ai giorni nostri (nel mezzo di un’altra pandemia per giunta): l’esplosione dell’epidemia di Hiv negli anni ’80 del secolo scorso. Lo fa con un’intensità drammatica senza precedenti e con una ricostruzione filologica di un’epoca cruciale, che ha segnato indelebilmente il mondo in cui viviamo.

It’s a Sin è un gioiello anche per il modo in cui rappresenta la comunità gay e LGBT+ al di là dei soliti stereotipi macchiettistici (e, a differenza di molti altri prodotti televisivi, chiama a raccolta moltissimi attori omosessuali ad interpretare personaggi omosessuali). Forse, i motivi per cui sarebbe importante che questa serie venisse vista dal maggior numero di persone possibili sono gli stessi per cui nel nostro Paese nessuno si è ancora interessato a distribuirla. Nonostante ciò, vi vogliamo  svelare perché vale la pena attenderla con grande impazienza.

  1. Il creatore della serie tv It’s a Sin

Russell T Davies è di sicuro uno degli sceneggiatori più apprezzati e innovativi della scena britannica e non solo: come detto in precedenza, è lui il creatore della rivoluzionaria Queer as Folk (che ha avuto poi un ancora più fortunato remake USA) e nel 2005 ha lanciato il revival di Doctor Who.

Grazie ad un’incredibile capacità di mescolare toni e registri, Davies tratta soprattutto i temi sociali e relazionali a lui cari, pescati abbondantemente dalla propria esperienza personale. Esattamente come in Queer as Folk si è ispirato alle vicende sue e dei suoi amici, anche in It’s a Sin il punto di partenza è il ricordo delle peripezie di una generazione con cui Davies ha moltissimi legami. Secondo quanto da lui stesso dichiarato, è stata la creazione per cui ha condotto anche le ricerche più approfondite di tutta la sua carriera.

  1. Il tema

It’s a Sin racconta le vicende – sociali e personali – di un gruppo di giovani omosessuali e dei loro amici negli anni ’80: quella generazione cioè che ha dovuto vivere in prima persona il dramma dell’epidemia di Hiv. Erano gli anni in cui di Aids non si parlava se non vagamente o la si riteneva comunque una meritata punizione per omosessuali e tossicodipendenti, trattati alla stregua di reietti.

Coprendo il decennio che va dal 1981 al 1991, si affrontano senza mezzi termini le conseguenze che quell’emergenza ha avuto sulla vita soprattutto dei giovani gay, minati da una malattia le cui complicazioni erano imprevedibili e per cui non esistevano cure certe, e vessati da una società che coglieva occasioni ulteriori per emarginarli e discriminarli. Pur nella sua confezione di fiction, It’s a Sin si mostra come un documento storico di grande valore, permettendo agli spettatori di oggi di aprire gli occhi rispetto alla portata di tematiche come l’ omofobia, ancora purtroppo radicata in molti ambienti. Secondo i media inglesi, poi, la serie avrebbe portato ad un aumento considerevole dei test Hiv, obiettivo per cui la sensibilizzazione non è mai abbastanza.

3. It’s a Sin: i protagonisti

It’s a Sin è una serie dolorosa, che però non si abbandona al patetismo anche grazie alle interpretazioni magistrali del cast protagonista. Spicca su tutte quella del frontman della band Years & YearsOlly Alexander, nei panni di Ritchie Tozer, adolescente che si trasferisce a Londra per vivere appieno la carriera d’attore e la propria emancipazione sessuale: il suo atteggiamento edonista e persino negazionista lo espone a pericoli inimmaginabili, ma accompagna gli spettatori in una parabola lancinante e umanissima.

Fra gli altri personaggi, una menzione speciale va a Lydia West alias Jill Baxter, la migliore amica di Ritchie che assiste impotente alla morte di tanti suoi affetti e che proprio per questo si erge a pioniera nella prevenzione e sensibilizzazione (il suo personaggio è ispirato all’attrice Jill Nalder, anche lei nel cast e grande amica di Davies, che negli anni ’80 ha fatto moltissimo per l’attivismo anti-Hiv). Fra le guest stars che regalano ulteriori sfumature, ci sono Neil Patrick Harris, nei panni di un sarto dal destino tragico, e Roger Fry, politico che mostra tutte le contraddizioni del (finto) perbenismo thatcheriano.

  1. La sfida ai benpensanti

Siamo abituati a pensarci oggi come una società ormai liberata da tabù e segreti, tanto che qualsiasi argomento possa essere trattato sullo schermo. Il travagliato percorso di questa serie, invece, dimostra il contrario: rifiutata inizialmente da Channel 4, poi anche da Bbc One e da Itv, tutte emittenti britanniche che si sono dette non pronte a mostrare certi temi, alla fine è stata ordinata appunto da Channel 4, anche se con l’ordine che gli otto episodi inizialmente pensati venissero ridotti a cinque.

Nonostante tagli e ritrosie, It’s a Sin ha fatto ascolti record, divenendo il debutto di un serie drammatica più seguito sulla rete e raggiungendo 6,5 milioni di visualizzazioni nelle prime settimane di trasmissione in streaming. Tutti i tentativi di criticarla per la rappresentazione disinibita e realistica del sesso omosessuale sono stati rispediti al mittente: qui, in effetti, il sesso è mostrato, nonostante la sua carica potenzialmente pericolosa, come qualcosa di gioioso e finalmente scevro da concezioni moralistiche.

  1. La colonna sonora

Lo ribadiamo, It’s a Sin non è storia facile: colpisce allo stomaco e fa commuovere. Ma ciò non le impedisce di essere una serie che ha i suoi momenti di gioia liberatoria: una grande celebrazione degli anni ’80, il decennio per eccellenza sinonimo di  divertimento edonistico.

Vediamo il gruppo di protagonisti frequentare i clubs, sfoggiare outfits ancora oggi invidiabili, godersi la vita con una spensieratezza senza antecedenti o eredi. E a sottolineare tutto ciò c’è una colonna sonora selezionata con grande maestria: si va dal pezzo cult dei Pet Shop Boys da cui è tratto il titolo a Feels Like I’m in Love di Kelly Marie, da Tainted Love dei Soft Cell a Smalltown Boy dei Bronski Beat. Poi ancora: Kids in Americadi Kim Wilde, Only You degli Yazoo, Running Up That Hill di Kate Bush, Heaven is a Place on Earth di Belinda Carlisle e molto altro. Se siete amanti di quella musica, ne riscoprirete tutta l’intensità: la colonna sonora perfetta per una storia che, siamo certi, non dimenticherete facilmente.

Vi abbiamo convinti a guardare questo gioiellino che, siamo sicuri, diventerà un cult ? Con l’occasione lanciamo un appello alle piattaforme di streaming ( Netflix ci senti? ): acquistatela e distribuitela al più presto.   

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