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L’esecutivo della Società Psicoanalitica Italiana ha le idee poco chiare sulla disforia di genere

L’esecutivo della Società Psicoanalitica Italiana ha le idee poco chiare sulla disforia di genere, secondo il documento che hanno portato all’attenzione di Giorgia Meloni. Con la loro lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri, infatti, hanno dato delle informazioni non proprio esatte su questa condizione medica. Ma vediamolo insieme.

Società Psicoanalitica Italiana: di chi parliamo?

Dall’acronimo SPI, parliamo di una associazione scientifico-professionale, la più antica società italiana di psicoanalisi. Attualmente conta quasi 1.000 soci, ed è la seconda in Europa per grandezza. Ad oggi lavora in due campi, uno scientifico ed uno formativo, a livello nazionale. Quindi, per loro, è importante lavorare nelle scienze, nella ricerca e nella clinica del settore.

E cos’avrebbero portato a Giorgia Meloni sulla disforia di genere?

Tramite figure professionali del settore, mi è giunta voce di una lettera firmata dal presidente della SPI, Sarantis Thanopulos, riguardo la disforia di genere. Analizziamo insieme tutte le parti di questo documento ufficiale, datato 12 Gennaio.

Inizialmente, l’associazione esprime la sua preoccupazione “per l’uso di farmaci finalizzato a produrre un arresto dello sviluppo puberale in ragazzi”, come giustamente sia. È noto, infatti, che una minoranza di psicoterapeuti e psichiatri sia più propenso a spingere giovanissimi alle cure ormonali, anche in casi precoci. Rimane il fatto che sia una minoranza, e non tutti agiscano secondo questa linea di condotta. L’associazione, poi, porta quattro “controindicazioni a questo trattamento”, che io vorrei esaminare con voi separatamente.

La lettera che l’esecutivo della SPI ha presentato all’attenzione del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Il primo punto: diagnosi per ragazzi prima della pubertà sulla disforia di genere

La SPI penserebbe che: “in età prepuberale [la diagnosi di disforia] è basata sulle affermazioni dei soggetti interessati e non può essere oggetto di un’attenta valutazione”. Sappiamo che una persona transgender nasce nel corpo sbagliato ed in alcuni casi ciò è appurabile anche in tenera età. Quello che la SPI non considera è che molti minori non cercano aiuto perché spaventati dal giudizio. Solo nel 2018 ci sono stati più di 2.500 ragazzi sotto i 18 anni ad affidarsi a centri specializzati, parliamo del 0.007% della popolazione europea. “Credo che questo allarmismo sociale nei confronti dei minori transgender sia frutto di cattiva informazione sull’argomento e di un sottofondo culturale omotransfobico di cui è purtroppo caratterizzato anche il nostro paese”, dice Jiska Ristori, psicoterapeuta.

Il secondo punto: la conferma della diagnosi

La SPI continua il discorso dicendo che: “una parte minoritaria (…) conferma questa posizione nell’adolescenza, dopo la pubertà”. Ancora una volta, una dichiarazione senza dati a sostegno. Prima di tutto, i dati sui minori con disforia di genere sono pochissimi. Ma vorrei portare all’attenzione uno studio americano, il Trans Youth Project. Con l’età media di partenza di 8 anni, su quasi 320 partecipanti, 40 di loro avevano assunto ormoni pre pubertà, 125 di loro erano riconosciuti socialmente prima dei 6 anni, e sono tutti bambini che, secondo il DSM-5, non mostravano disforia di genere. Solo il 7,3% di queste persone avevano ritransizionato. E, per i ricercatori, il dato effettivo si potrebbe arrotondare anche al 2,5%.

Il terzo punto: sospendere lo sviluppo troppo presto

La SPI, a questo punto, dichiara che: “lo sviluppo è un fattore centrale del processo della definizione”. E anche secondo me hanno ragione. Ma una pubertà verso il sesso in cui si riconosce è più adatta ad un ragazzo transgender, più che una non voluta. La transizione, per adolescenti ed adulti, è estenuante, perché è come averne una seconda, di pubertà. “Poiché sempre più giovani rendono esplicita la propria condizione e sono supportati nelle loro transizioni fin dall’inizio dello sviluppo, è sempre più critico che i medici capiscano le esperienze di questi gruppi e non facciano ipotesi in funzione di dati vecchi, raccolti su generazioni di giovani che hanno vissuto in circostanze diverse”, dichiarano diversi ricercatori.

Uno studio dello Steensma olandese del 2013 dichiara che fino al 3% dei minori europei soffrirebbe di disforia, ma agli ormoni non accedono tutti. Alessandra Fisher, endocrinologa italiana, ha dichiarato che: “Negli ultimi 5 anni abbiamo preso in carico 55 minori (di cui 10 sotto i 12 anni e 45 sopra in 12 anni), ma abbiamo prescritto bloccanti solo in tre adolescenti (due di 17 anni, uno di 14 anni), dopo l’approvazione del Comitato etico”.

Il quarto punto: lo sviluppo sessuale

Onestamente, l’ultimo punto è quello che mi ha dato più problemi. La SPI dichiara che: “lo sviluppo sessuale del proprio corpo (…) consente un appagamento erotico che un corpo “bloccato” o manipolato non offre”. Ed è un’affermazione dannosa e fallacea. Prima di tutto, la sessualità delle persone transgender è compromessa dal disagio verso il proprio corpo e dal timore di non essere riconosciute per come si sentono. Inoltre, è importante esplorare nuove possibili modalità di stimolazione e contatto sessuale, imparando a conoscere il proprio corpo. Per alcune persone un percorso sessuologico di coppia può essere di ulteriore aiuto.

Conclusioni sull’argomento della disforia di genere

Capisco l’importanza di proteggere i giovani da percorsi che potrebbero non essere adatti, come capita ancora oggi. Ma vorrei ricordare alla SPI di affidarsi a dati scientifici, data la loro missione d’associazione. È importante sottolineare quanto sia una minoranza la categoria di ritransizionati, e di non allarmare eccessivamente la popolazione. Senza i dati si rischia in una sfiducia nel sistema medico, e molti ragazzi transgender potrebbero non ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno.

 

Aeden Russo

Fonte: vita.it, univadis.it

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