Pride, all’Arrevutamm di Napoli 10.000 voci del popolo

Pride, all’Arrevutamm Pride di Napoli le voci del popolo: “La rivoluzione deve essere vera“. Tra diritti, Palestina e disinformazione, vediamo insieme cos’è successo.

Pride e il significato di una piazza che parte dal basso

L’Arrevutamm Pride di Napoli torna ancora una volta a riempire le strade della città con un’identità ben precisa: quella di un Pride dichiaratamente politico, indipendente e costruito dal basso. Una manifestazione che si distingue da altri cortei per la volontà di intrecciare le rivendicazioni della comunità LGBTQIA+ con quelle di altri movimenti sociali, dall’antirazzismo all’antifascismo fino alla solidarietà internazionale. È proprio questo approccio a emergere dalle testimonianze raccolte durante il corteo, dove molte persone hanno raccontato il motivo della loro presenza.

Tra le voci più significative c’è quella di un genitore che ha deciso di partecipare insieme al proprio figlio: “Per me era imprescindibile stare oggi qui in piazza con mio figlio, perché voglio che viva in un mondo fatto di rispetto, per qualunque prospettiva di percezione del proprio corpo e di libertà che lui possa volere nella sua vita. E vorrei che il mondo dell’istruzione nella società di oggi (gli) permettesse di avere gli strumenti adeguati a poter affrontare le sue emozioni e le percezioni di sé stesso“. È un messaggio che richiama un tema spesso al centro del dibattito pubblico: l’importanza dell’educazione affettiva e al rispetto delle differenze. Organismi internazionali come UNESCO e OMS sostengono da anni che programmi educativi basati su conoscenze scientifiche contribuiscono a ridurre bullismo, discriminazioni e violenze, senza influenzare l’orientamento sessuale o l’identità di genere degli studenti.

Il Pride come scelta politica e la difesa dei diritti

Per molte persone presenti, il Pride non rappresenta soltanto una celebrazione dell’orgoglio LGBTQIA+, ma uno spazio di partecipazione politica. Una delle testimonianze raccolte spiega chiaramente questa posizione: “La necessità è di schierarsi dalla parte di chi subisce la violenza del potere, l’Arrevutamm Pride probabilmente più di qualsiasi altro Pride si prende proprio questa parte, la parte politica, la parte più rivoluzionaria, la parte che tocca i giovani e le giovani persone. Del Pride c’è sempre bisogno, soprattutto in questo momento, perché attraversiamo un’era in cui le destre stanno invisibilizzando o provando a invisibilizzare di nuovo i nostri temi“.

È per questo che ci tocca essere in piazza e soprattutto ripartire dal basso, perché la rivoluzione deve essere vera. I nostri corpi, le nostre esigenze hanno bisogno di risposte reali e noi ce le prenderemo“. Si tratta di una visione che riporta il Pride ad essere uno strumento di mobilitazione civile e non soltanto una manifestazione simbolica. In Italia, del resto, molte rivendicazioni della comunità LGBTQIA+ restano ancora silenti: dall’assenza di una legge nazionale contro i crimini d’odio basati su orientamento sessuale e identità di genere, fino alle difficoltà che incontrano molte famiglie omogenitoriali nel riconoscimento dei propri figli. È in questo contesto che numerosi attivisti ritengono necessario continuare a manifestare.

Pride, Palestina e il significato dell’intersezionalità

Uno dei temi che più ha fatto discutere riguarda il legame tra il Pride e la solidarietà nei confronti della popolazione palestinese. Un* partecipante afferma: “Partecipo a questo Pride, non ad altri Pride perché lo trovo il meno incoerente. Non si può scindere la Palestina dal Pride, non si può scindere la guerra dal Pride. Il Pride non può non essere politica. Serve ora, è servito e servirà“. Non solo: “Perché spesso si dice mio figlio è gay, l’ho accettato, ma non c’è nulla da accettare, non c’è nulla da tollerare, ci sarebbe solo da comprendere. I Pride ci saranno fin quando la gente non ci comprenderà. Credo che comunque la lotta della comunità LGBTQIA+ sia comunque una lotta di resistenza che va avanti da molti anni, è intersezionale e parla di libertà dei corpi che sono umani e non, quindi comprende anche la lotta antispecista“. 

Il concetto di intersezionalità nasce negli studi giuridici e sociologici per descrivere come diverse forme di discriminazione possano intrecciarsi. Non tutti i Pride adottano questa impostazione, ma una parte consistente del movimento contemporaneo considera i diritti LGBTQIA+ inseparabili da altre battaglie contro discriminazioni, guerre e disuguaglianze. Si tratta di una scelta politica legittima, che può essere condivisa oppure no, ma che non implica automaticamente un’approvazione delle legislazioni anti-LGBTQIA+ presenti in alcuni territori. Molti manifestanti distinguono infatti tra la solidarietà verso una popolazione civile e il giudizio sui governi o sui sistemi giuridici che la governano.

I commenti social sul Pride e la disinformazione che continua a circolare

Come spesso accade, il video pubblicato sui social è stato accompagnato da numerosi commenti polemici. Tra questi compare: “I diritti di cosa che non ho capito… ogni anno aggiungono lettere all’acronimo… e poi perché Gaza che là vi impiccano?? La demenza senile è dove trovarla“. Un altro scrive: “Però mi raccomando, quando lo stato non vuole mettere la settimana corta, il salario minimo, ecc ecc, non scendete in piazza“. Un terzo commenta: “La risposta è Tel Aviv Pride perché a Gaza decapitano quei poveri amici LGBT“. Infine si legge: “Chi ha creato il problema sono quelli che hanno cercato di insinuarsi tra i bambini piccoli cercando di indottrinarli alla teoria gender“. 

Si tratta di affermazioni molto diverse tra loro, ma accomunate dall’utilizzo di retoriche vecchie e conosciute, che semplificano questioni estremamente complesse. Sul tema della cosiddetta “teoria gender” ci siamo espressi largamente, anche in passato, e la comunità scientifica è piuttosto chiara: non esiste. L’espressione viene utilizzata soprattutto nel dibattito politico e mediatico, mentre nei documenti scientifici si parla di educazione all’affettività, al consenso, al rispetto delle differenze e alla prevenzione del bullismo. Numerose ricerche internazionali mostrano che questi percorsi non modificano l’identità di genere né l’orientamento sessuale dei bambini, ma contribuiscono a creare ambienti scolastici più sicuri e inclusivi.

Pride tra diritti, salario minimo e false contrapposizioni

Anche il commento secondo cui chi partecipa al Pride non si mobiliterebbe per altri temi sociali presenta una contrapposizione che non trova particolare riscontro nella realtà. Molte associazioni LGBTQIA+ italiane partecipano abitualmente a manifestazioni per il lavoro, contro la precarietà, a favore del salario minimo, della sanità pubblica e dei diritti dei migranti. Pensare che una persona possa impegnarsi soltanto su un tema significa ignorare il funzionamento stesso dei movimenti sociali contemporanei. Allo stesso modo, ricordare che in alcuni Paesi del Medio Oriente le persone LGBTQIA+ subiscono gravissime persecuzioni è un dato di fatto, ma ciò non esclude la possibilità di esprimere solidarietà verso la popolazione civile colpita da una guerra. Le due affermazioni possono coesistere senza essere contraddittorie.

Infine, il Pride continua a essere necessario non perché tutte le persone condividano la stessa visione politica, ma perché persistono episodi di discriminazione, aggressioni verbali e fisiche e difficoltà nell’accesso a diritti che altri cittadini danno ormai per acquisiti. È proprio su questo terreno che si colloca l’ultima testimonianza raccolta durante l’Arrevutamm Pride: “Partecipare a questo Pride ha un impatto ancora più importante perché proviene dal basso, quindi le forze non sono date da sponsor esterni, di conseguenza rende questo momento di comunità che proviene dal basso veramente più forte“. Al di là delle diverse opinioni politiche, il messaggio che emerge dalla piazza è quello di una comunità che continua a chiedere ascolto, comprensione e pari dignità.

Il dibattito può e deve rimanere aperto, ma perché sia davvero utile dovrebbe sempre partire da informazioni corrette, dal rispetto reciproco e dalla volontà di confrontarsi sui fatti, piuttosto che su stereotipi.

Aeden Russo

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