Vannacci e Futuro Nazionale: perché una donna trans ha aderito al partito?

Vannacci e Futuro Nazionale: perché una donna trans ha aderito al partito? Da una settimana ormai la scelta di Francesca Riccitelli ha sollevato qualche perplessità. Vediamo insieme quali.

Vannacci, una scelta che divide il dibattito

La notizia dell’adesione di Francesca Riccitelli, donna transgender di Avezzano, a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha scatenato un dibattito acceso sia all’interno della comunità LGBTQIA+ sia nel mondo politico italiano. La vicenda ha attirato l’attenzione perché Vannacci è diventato negli ultimi anni uno dei principali riferimenti politici di una visione fortemente critica nei confronti dell’attivismo LGBTQIA+, delle persone transgender e dei Pride. Proprio per questo motivo, vedere una donna trans dichiarare pubblicamente il proprio sostegno al progetto politico di Vannacci ha generato sorpresa, interrogativi e numerose polemiche.

Riccitelli ha spiegato di essere sempre stata vicina al centrodestra e di condividere diverse posizioni del generale, in particolare sul controllo dell’immigrazione e sull’idea che esistano soltanto due sessi. Avrebbe quindi “scelto liberamente un percorso politico che sento coerente con i miei valori“. Una visione, soprattutto sul sesso biologico, che sa di transfobia interiorizzata. Tuttavia, la sua adesione apre una questione più ampia: è possibile sostenere un movimento politico che spesso ha messo in discussione le istanze della comunità transgender senza entrare in conflitto con la propria identità? Il caso Vannacci diventa così il simbolo di una tensione che attraversa molte minoranze: il rapporto tra appartenenza personale e convinzioni politiche. Una tensione che merita di essere analizzata senza ignorare le profonde contraddizioni presenti nelle dichiarazioni rilasciate dalla stessa Riccitelli.

 

Quando identità personale e politica entrano in conflitto

Le affermazioni di Francesca Riccitelli pongono interrogativi particolarmente delicati. Da una parte rivendica la propria identità di donna transgender e il riconoscimento legale ottenuto dallo Stato italiano; dall’altra sostiene posizioni che vengono frequentemente utilizzate da movimenti conservatori per limitare il riconoscimento delle persone trans. Parliamo di una donna che pubblica sul suo profilo slogan contro “l’indottrinamento woke e gender”, che dice: “Con l’approvazione definitiva in Senato del ddl Valditara viene finalmente affermato un principio semplice: educare al rispetto della persona è un conto, fare attivismo ideologico nelle scuole è un altro“.

Il punto più controverso, a mio avviso, emerge quando dichiara: “Per lo Stato sono una donna, tuttavia credo che esistano solo due sessi, maschile e femminile. Si può fare tutto quello che si vuole, ma il sesso di nascita non cambia: io so di rimanere biologicamente sempre maschile“. Non è un fenomeno nuovo. In sociologia viene spesso definito “assimilazionismo“, ovvero la tendenza di alcune minoranze a prendere le distanze dalle rivendicazioni collettive nel tentativo di ottenere maggiore accettazione da parte della maggioranza. Questo non significa che Riccitelli non abbia diritto alle proprie opinioni politiche. Significa però che tali opinioni possono essere sottoposte a critica, soprattutto quando rischiano di rafforzare argomentazioni che storicamente sono state utilizzate per delegittimare le stesse persone transgender, che lei rimane.

Vannacci, il sesso biologico e ciò che dice davvero la scienza

Uno dei punti centrali del dibattito riguarda proprio il concetto di sesso biologico. Nella comunicazione politica legata a Vannacci viene spesso presentata l’idea che esistano soltanto due sessi rigidamente definiti e immutabili. Tuttavia, la comunità scientifica descrive una realtà molto più articolata. Numerosi biologi, genetisti ed endocrinologi evidenziano come il sesso biologico non possa essere ridotto esclusivamente ai genitali osservati alla nascita. Altrimenti cosa sarebbero le persone intersex, dei mutanti? Alieni, per seguire il filone trumpiano? Esistono infatti molteplici caratteristiche che concorrono alla definizione del sesso: cromosomi, gonadi, livelli ormonali, caratteristiche sessuali secondarie e sviluppo embrionale. Alcune persone presentano variazioni intersessuali che non rientrano perfettamente nelle categorie tradizionali di maschio o femmina.

Solo quest’anno un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Ecology Letters ha evidenziato come non esista nemmeno un consenso assoluto e universale su una definizione unica di sesso biologico valida per ogni contesto scientifico. Gli autori sottolineano che le definizioni utilizzate dipendono spesso dagli obiettivi specifici della ricerca e che nessuna definizione biologica dovrebbe essere impiegata per determinare i diritti delle persone. Lo citiamo testualmente: “Soprattutto, indipendentemente dai dibattiti scientifici, nessuna definizione biologica di sesso dovrebbe essere usata per dettare i diritti umani“. Questo non significa che il sesso biologico non esista. Significa che la realtà biologica è più complessa di quanto suggeriscano molti slogan politici. Il dibattito promosso da Vannacci & co. tende invece a presentare una semplificazione estrema che non riflette l’attuale stato delle conoscenze scientifiche.

 

Identità di genere e sesso: due concetti diversi che Vannacci continua a confondere

Per comprendere la questione è fondamentale distinguere tra sesso biologico e identità di genere. Il sesso riguarda caratteristiche fisiche e biologiche. L’identità di genere riguarda invece il modo in cui una persona percepisce e vive sé stess*. Sono due concetti distinti, anche se collegati. Quando Riccitelli afferma di essere biologicamente maschile ma legalmente donna, sta in realtà descrivendo proprio questa distinzione. Tuttavia, aderendo a una narrativa politica che spesso nega o minimizza il valore dell’identità di genere, finisce per contribuire a una visione che potrebbe delegittimare la sua stessa esperienza transgender.

Il problema non è sostenere che il sesso assegnato alla nascita non esista. Nessun serio studioso lo nega. Il problema nasce quando questa osservazione viene utilizzata per sostenere che l’identità di genere sia irrilevante o meno reale. Le principali organizzazioni sanitarie internazionali riconoscono invece l’esistenza delle identità transgender e la necessità di garantire percorsi di affermazione di genere e tutela dei diritti. Anche per questo motivo molte persone LGBTQIA+ vedono con preoccupazione il sostegno a figure politiche come Vannacci, le cui dichiarazioni hanno spesso alimentato una visione riduttiva delle esperienze transgender.

 

Vannacci e la questione dell’omosessualità “non normale”

Il dibattito non riguarda soltanto le persone trans. Nel suo libro più discusso, Vannacci ha scritto la frase diventata ormai celebre: “Cari omosessuali, non siete normali, fatevene una ragione“. Successivamente ha spiegato di utilizzare il termine “normale” in senso statistico e non morale. Tuttavia, questa giustificazione continua a suscitare forti critiche. Nel linguaggio comune, infatti, il concetto di normalità non viene percepito come una semplice statistica. Parlare di gruppi sociali come “non normali” contribuisce inevitabilmente a rafforzare processi di stigmatizzazione e marginalizzazione.

Per questo motivo molti osservatori ritengono contraddittorio che una persona transgender scelga di aderire a un movimento guidato da una figura che ha costruito parte della propria notorietà proprio attraverso dichiarazioni contestate dalla comunità LGBTQIA+. Il caso Vannacci dimostra come le appartenenze politiche possano essere molto più complesse delle categorie identitarie, ma evidenzia anche come alcune minoranze possano finire per sostenere movimenti che non sempre hanno mostrato attenzione verso i loro diritti.

 

Oltre Vannacci: il rischio della transfobia interiorizzata

Uno degli aspetti più delicati di questa vicenda riguarda il concetto di transfobia interiorizzata. Con questa espressione si indica il processo attraverso cui una persona appartenente a una minoranza finisce per assorbire stereotipi o narrazioni negative rivolte al proprio gruppo. Naturalmente non è possibile stabilire con certezza se questo sia il caso di Francesca Riccitelli. Tuttavia, alcune sue dichiarazioni sollevano interrogativi legittimi. Quando una donna transgender minimizza l’importanza delle rivendicazioni della comunità o sostiene argomentazioni frequentemente utilizzate per limitare il riconoscimento delle persone trans, è inevitabile che il dibattito si sposti anche su questo terreno.

La storia dimostra che l’appartenenza a una minoranza non garantisce automaticamente una visione condivisa con il resto della comunità. Esistono persone LGBTQIA+ conservatrici, progressiste, moderate e radicali. Il pluralismo politico è un dato di fatto. Tuttavia, resta importante interrogarsi sulle conseguenze concrete di certe posizioni e sul modo in cui possono essere strumentalizzate nel dibattito pubblico.

 

Vannacci, diritti e rappresentazione: una discussione che va oltre il singolo caso

La scelta di Francesca Riccitelli probabilmente continuerà a far discutere ancora a lungo. Non tanto perché una donna transgender non possa essere di destra, quanto perché l’adesione a Futuro Nazionale sembra entrare in tensione con molte delle battaglie che hanno permesso alle persone transgender di ottenere maggiore riconoscimento sociale e giuridico. Senza parlare poi di altre visioni politiche, che qui sintetizzo citandola direttamente: “Io invece dico: grazie Israele e grazie USA, per aver decapitato con un’azione di intelligence e militare perfetta l’intera catena di comando del regime sanguinario di Teheran“. Ci mancava solo il supporto a dei genocidi. Ma per scoperchiare questo vaso di Pandora mi servirebbe contribuire con un secondo articolo.

Il caso Vannacci rappresenta quindi qualcosa di più di una semplice iscrizione a un partito. È il riflesso di uno scontro culturale che attraversa l’Italia e molte altre democrazie occidentali: da una parte chi rivendica una visione tradizionale e binaria del sesso e della famiglia, dall’altra chi sottolinea la complessità della realtà umana e la necessità di tutelare le differenze. In questo contesto, la scienza offre alcuni punti fermi. L’identità transgender non è considerata una malattia mentale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha spostato l’incongruenza di genere fuori dalla categoria dei disturbi mentali nell’ICD-11. Allo stesso tempo, la ricerca biologica contemporanea descrive il sesso come un fenomeno più articolato di quanto suggeriscano le rappresentazioni esclusivamente binarie.

 

Per questo motivo il dibattito dovrebbe partire dai dati, dalle evidenze e soprattutto dalle esperienze reali delle persone coinvolte. Solo così sarà possibile affrontare temi complessi come identità, diritti e rappresentazione senza cadere nella semplificazione che troppo spesso domina il confronto pubblico.

Aeden Russo

Leggi anche: Avezzano: cambio di genere e di nome sul certificato di nascita senza terapia ormonale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *