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Meloni, contrastare il Pride e incoraggiare i diritti?

Strategia del 2020 o ennesima tela del ragno? È davvero credibile Fratelli d’Italia come paladina delle leggi contro l’omofobia?
Paolo Marcheschi
Paolo Marcheschi

Chissà, forse approfittando dei sondaggi che, bontà loro, la accreditano come futuro leader della destra, Georgia Meloni ha voluto giocare d’anticipo. E ha incaricato un suo fidato di sferrare il primo degli attacchi contro i Pride targati 2020. Così, in Toscana, il presidente del gruppo Fratelli d’Italia nel Consiglio regionale, Paolo Marcheschi, ha rilasciato una dichiarazione che, dimenticando le aggressioni verbali di un tempo, cerca di farsi passare come un ragionamento articolato.

«Ogni anno si apre il dibattito sulla concessione del patrocinio al Gay pride che si svolge in varie città toscane», ha spiegato Marcheschi riferendosi al Pride in programma a Livorno il 20 giugno, «la concessione del patrocinio è una forma sterile di sostegno e difesa contro le discriminazioni». Insomma, il consigliere non vuole farsi distrarre dai falsi problemi, le forme sterili, e semmai puntare sui quelli reali, il vero sostegno: «Forse sarebbe meglio organizzare un Gay Pride in meno e invece lavorare su maggiori strumenti da mettere a disposizione contro l’omofobia e le varie forme di intolleranza per l’orientamento sessuale, ancora troppo frequenti nella nostra società».

No Pride, più diritti. Una bella novità potrebbe dire qualche osservatore. Ma davvero il partito della Meloni è credibile paladino delle leggi contro l’omofobia? Oppure è la tattica del bastone oggi (no manifestazioni contro la decenza) e della carota domani (strumenti di sostegno contro l’intolleranza)? In effetti è una domanda lecita che si pensa alle decisioni di Fratelli d’Italia nei confronti della comunità LGBT+.

Solo due anni fa, il partito decise di fare un esposto alla Corte dei Conti per contestare il danno erariale a oltre cento enti locali che hanno concesso il patrocinio al Pride in tutta Italia. La ragione? «Usano fondi pubblici per diffondere pratiche raccapriccianti… manifestazioni che promuovono la poligamia e la pratica barbara dell’utero in affitto», ha detto senza mezzi termini il deputato toscano Giovanni Donzelli, affiancato dal più omofobo di tutti, il senatore della Lega Simone Pillon.

Giuseppe Cannata
Giuseppe Cannata

Lo scorso anno, invece, anziché affidarsi alla magistratura, FdI ha voluto giocare nelle aule consiliari, tentando di bloccare quasi ovunque la concessione del patrocinio. A Vicenza come a Fucecchio, a Trieste come a Latina, in Piemonte come in Lombardia, i sodali della Meloni hanno strepitato parecchio e sollevato tanta polvere nel nome, ovviamente, del rispetto e del buon gusto. Ma forse per essere veramente credibili non basta prendere le distanze da chi scrive «Ammazzateli tutti ‘ste lesbiche, gay e pedofili» (le orrende parole di Giuseppe Cannata, vicepresidente del Consiglio comunale di Vercelli, pochi mesi fa).

Occorrono atti concreti. Ma latitano. Anche recentemente Fratelli d’Italia ha fatto mancare il suo appoggio alla Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. Il motivo? «Ci siamo astenuti perché noi difendiamo la famiglia», ha detto la leader maxima alla senatrice Liliana Segre. Sicché quante chances avremmo di vedere FdI appoggiare leggi contro la omofobia?

Probabilmente nessuna.

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