Filippo Pelati, quattro medaglie e un insulto omofobo che ha fatto discutere più del dovuto. Vediamo insieme l’accaduto all’atleta italiano.
Filippo Pelati: il talento che dovrebbe essere la vera notizia
Quando si parla di Filippo Pelati, la prima cosa da raccontare dovrebbe essere il suo risultato sportivo. Agli Europei di nuoto artistico, conclusosi poche settimane fa, il diciannovenne emiliano ha conquistato quattro medaglie, confermandosi come uno dei talenti più interessanti della disciplina. Tra i risultati ottenuti c’è anche l’argento nel solo libero maschile, una prova costruita sulle note di Radio Ga Ga dei Queen e dedicata alla figura di Freddie Mercury. Una scelta artistica precisa, che ha permesso a Filippo Pelati di mettere insieme tecnica, interpretazione, forza e presenza scenica. Il nuoto artistico, del resto, non è una semplice gara di eleganza: richiede controllo del corpo, apnee, coordinazione, resistenza, precisione e una capacità interpretativa che non può essere improvvisata. Dietro quei pochi minuti di esercizio ci sono ore e ore di allenamento, sacrifici quotidiani e una preparazione atletica estremamente impegnativa. Eppure, invece di concentrarsi su tutto questo, una parte del pubblico online ha scelto di discutere degli occhi truccati, delle movenze e del modo in cui l’atleta si è presentato davanti al pubblico. È proprio qui che la storia di Filippo Pelati smette di essere soltanto una vicenda sportiva e diventa lo specchio di un problema culturale molto più ampio: la difficoltà, ancora presente, di accettare che un uomo possa esprimere grazia, teatralità, sensualità ed eleganza senza per questo dover essere ricondotto a uno stereotipo di mascolinità.
Quando lo sport diventa un pretesto per l’omofobia
Il caso di Filippo Pelati è particolarmente significativo proprio perché gli attacchi apparsi sui social non sembrano concentrarsi sulla sua prestazione sportiva. Nei commenti riportati compaiono invece riferimenti al suo aspetto, alla gestualità e alla presunta sessualità. Frasi come “Specialità olimpica fare la bimba“, “Perché questo circo??“, “Truccarsi e sculettare fa parte della performance sportiva?? Maremma gatta eh?“. Oppure: “Si potrebbe gareggiare anche senza fare il finocchio“, spostando completamente il discorso. Non si sta più discutendo del punteggio, della difficoltà tecnica dell’esercizio o della qualità della coreografia: si sta cercando di stabilire quale dovrebbe essere il comportamento accettabile per un uomo. Ed è una differenza enorme. È assolutamente legittimo dire che una musica non piace, che una scelta scenica non convince o che un’esibizione non emoziona. Il confine viene superato quando il giudizio sulla performance diventa un pretesto per insultare una persona attraverso stereotipi omofobi e sessisti. Nel caso di Filippo Pelati, la quantità e il tono di alcuni commenti riportati mostrano proprio questo meccanismo: la sua bravura passa in secondo piano e ciò che diventa oggetto di derisione è il fatto che non corrisponda all’immagine tradizionale dell’uomo sportivo che alcuni utenti hanno in testa.
Filippo Pelati ed il concetto di mascolinità
C’è poi un aspetto ancora più interessante nella vicenda di Filippo Pelati: la sua performance mette in discussione un’idea molto rigida di mascolinità. Per una parte della società, infatti, un uomo che pratica sport dovrebbe essere necessariamente aggressivo, duro, composto, poco incline alla teatralità e soprattutto distante da qualsiasi espressione considerata tradizionalmente femminile. Ma perché dovrebbe essere così? Perché un atleta non potrebbe essere contemporaneamente potente e delicato, tecnico e teatrale, muscolare ed elegante? Il nuoto artistico dimostra esattamente il contrario. Pretendere che un atleta elimini proprio quegli elementi che rendono riconoscibile la disciplina sarebbe quasi paradossale. Filippo Pelati non sta quindi “facendo la bimba” perché utilizza il corpo in maniera espressiva: sta facendo esattamente ciò che il suo sport richiede. E lo fa al livello necessario per conquistare una medaglia europea. Il punto, allora, non è soltanto difendere un singolo atleta dagli insulti. È chiedersi che cosa insegniamo ai ragazzi quando ridicolizziamo un uomo perché si trucca, danza, utilizza movenze eleganti o sceglie di omaggiare un’artista come Freddie Mercury. Dietro ogni commento di questo tipo c’è il rischio di trasmettere a un adolescente l’idea che esistano gesti, passioni e comportamenti che non gli sono consentiti soltanto perché è un ragazzo.
Freddie Mercury andrebbe molto fiero di Filippo
La scelta di Filippo Pelati di esibirsi sulle note di Radio Ga Ga aggiunge un ulteriore livello alla vicenda. Freddie Mercury è stato una delle figure più iconiche della musica internazionale e una presenza capace di mettere in discussione, attraverso la propria immagine e la propria espressione artistica, numerose convenzioni legate alla mascolinità e alla performance. Omaggiarlo attraverso una coreografia di nuoto artistico significa quindi anche utilizzare la musica e il linguaggio dello spettacolo per costruire una narrazione personale. Non è necessario conoscere o voler conoscere l’orientamento sessuale di Filippo Pelati per comprendere il valore di questa scelta. Sia lui gay, bisessuale, eterosessuale o che preferisca non definirsi è irrilevante rispetto alla questione. Il problema è un altro: perché la semplice possibilità che un uomo possa apparire “queer” dovrebbe diventare motivo di insulto? L’accaduto rivela quanto spesso l’omofobia non abbia bisogno di sapere davvero chi sia la persona che ha davanti. Basta che qualcuno non rispetti un modello prestabilito. In questo senso, gli attacchi contro Filippo Pelati possono essere letti anche come una forma di controllo sociale esercitato attraverso il ridicolo. Non ti dicono semplicemente “non mi piace la tua esibizione”: ti dicono che stai oltrepassando un confine che, secondo loro, un uomo non dovrebbe oltrepassare. Deve essere la società a interrogarsi sul perché quel confine esista ancora.
Filippo Pelati e la doppia misura applicata agli uomini nello sport
La vicenda di Filippo Pelati mette inoltre in evidenza una doppia misura che riguarda il modo in cui vengono percepite le espressioni corporee nello sport. Il trucco, la cura dell’immagine, la teatralità, la danza e l’interpretazione vengono spesso considerati perfettamente normali quando sono associati alle atlete donne. Quando gli stessi elementi vengono utilizzati da un uomo, però, possono diventare improvvisamente un bersaglio. È una contraddizione evidente. Se il nuoto artistico richiede una componente interpretativa, allora quella componente deve essere valutata in relazione alla qualità dell’esercizio, non alla conformità dell’atleta a un modello di virilità tradizionale. Filippo Pelati ha scelto di portare in acqua un’esibizione costruita attorno a una precisa identità artistica e il risultato è stato un argento europeo. Il fatto che qualcuno non apprezzi la sua estetica non cancella il risultato. Allo stesso modo, il fatto che qualcuno ritenga inappropriato un certo modo di muoversi non significa che quella modalità sia sbagliata. Qui entra in gioco anche una questione generazionale. Per un ragazzo che guarda questi campionati, vedere Filippo Pelati competere ai massimi livelli può significare scoprire che non è necessario rinunciare alla propria sensibilità per essere considerati atleti. Può significare capire che forza ed eleganza non sono opposti, così come sport e arte non lo sono. E forse è proprio questo il messaggio più importante che arriva dalla sua performance, indipendentemente da qualsiasi interpretazione sul suo orientamento personale.
L’odio social contro Filippo Pelati non cancella quattro medaglie
A rendere ancora più paradossale la vicenda di Filippo Pelati è il contrasto tra ciò che dovrebbe rappresentare una competizione internazionale e ciò che è accaduto nei commenti online. Un atleta torna da un campionato europeo con quattro medaglie e una parte della discussione pubblica finisce per concentrarsi sugli insulti. È un meccanismo ormai familiare: più grande è il risultato, più rapidamente i social possono trasformare una celebrazione in un’arena. Nel caso di Filippo Pelati, però, sarebbe importante non permettere che il rumore degli haters diventi la narrazione principale. Il suo percorso parla di un diciannovenne capace di conquistare un posto sul podio europeo utilizzando anche una componente artistica forte e riconoscibile. Tutto il resto dovrebbe venire dopo. Gli insulti riportati, da: “Ma che è stammerd*” a “Secondo me è un po’ svedese ossia Filippa“, fino alle espressioni apertamente omofobe, non costituiscono una critica sportiva. Sono semplicemente attacchi personali. E proprio per questo non meritano di essere messi sullo stesso piano della sua prestazione. Filippo Pelati ha fatto il suo lavoro in acqua. Ha gareggiato, ha interpretato la musica, ha conquistato medaglie. Il problema non è la sua performance. Il problema è che, ancora oggi, qualcuno sente il bisogno di stabilire attraverso un commento online come dovrebbe comportarsi un uomo.
Filippo Pelati e il confronto con Milan Violon: due reazioni molto diverse
Il caso di Filippo Pelati si avvicina a quello del francese Milan Violon, primo ragazzo nella nazionale transalpina di nuoto artistico. Anche attorno a Violon sarebbero comparsi commenti omofobi e sessisti sui social, ma la reazione istituzionale francese sarebbe stata differente: la Federazione avrebbe denunciato gli episodi alla Procura e attivato associazioni contro il cyberbullismo, mentre anche esponenti politici avrebbero espresso solidarietà. Il confronto serve a porre una domanda precisa sul caso italiano: cosa succede quando un atleta rappresenta il proprio Paese, conquista risultati importanti e viene poi bersagliato online per il modo in cui esprime la propria identità artistica? Nel caso di Filippo Pelati, il contenuto sottolinea quello che viene definito un silenzio delle istituzioni italiane e dei vertici sportivi davanti agli insulti. È una questione che va oltre il singolo episodio. Lo sport viene spesso utilizzato come simbolo nazionale quando arrivano vittorie e medaglie, ma la rappresentanza dovrebbe funzionare anche quando l’atleta diventa bersaglio di odio. Se si celebra un campione quando sale sul podio, sarebbe coerente difenderne la dignità quando viene insultato per caratteristiche che non hanno nulla a che vedere con il suo rendimento agonistico.
Filippo Pelati, perché la risposta non può essere chiedergli di cambiare
Alla fine, la storia di Filippo Pelati pone una domanda molto semplice: chi dovrebbe cambiare? Un atleta che ha conquistato quattro medaglie europee e che ha interpretato il proprio sport secondo le sue regole, oppure chi sente il bisogno di insultarlo perché non corrisponde alla propria idea di uomo? La risposta dovrebbe essere piuttosto evidente. Non spetta a Filippo Pelati ridurre la propria espressività per tranquillizzare chi si sente minacciato da un paio di occhi truccati, da una coreografia teatrale o da una scelta musicale. E non spetta a nessun atleta LGBTQIA+ o percepito come tale dimostrare di meritare rispetto. Il rispetto dovrebbe essere il punto di partenza. La cosa più importante che resta dopo gli Europei di nuoto artistico del 2026, quindi, non dovrebbe essere il campionario di offese raccolte sotto un post. Dovrebbero restare le quattro medaglie, l’argento nel solo libero maschile, la coreografia dedicata a Freddie Mercury e soprattutto la consapevolezza che lo sport può essere uno spazio nel quale forza e sensibilità convivono. Filippo Pelati non ha bisogno di rientrare in uno schema per essere un campione. È già riuscito a dimostrare il contrario: si può essere atletici senza rinunciare all’eleganza, competitivi senza rinunciare all’espressività e uomini senza dover dimostrare continuamente di esserlo secondo le regole stabilite da qualcun altro.
E forse, prima ancora di chiedersi che cosa ci sia dietro il suo trucco o le sue movenze, sarebbe il caso di guardare ciò che ha fatto davvero: ha preso un esercizio difficilissimo, ci ha messo dentro musica, tecnica, personalità e coraggio, ed è salito sul podio europeo.
Aeden Russo
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