Educazione sessuo affettiva: perché si parla di transizione di genere? “Persone trans che vanno nelle scuole a spiegare la transizione di genere a bambini di 5 – 6 anni“: è l’ennesimo allarme lanciato a colpi di dati errati, e la creator Abicocca ha risposto con un video in cui chiede una cosa semplicissima: le prove. Scuola, data, progetto, associazione, materiale didattico. Abbiamo controllato cosa c’è davvero dietro la polemica.
Educazione sessuo affettiva: perché si parla di transizione di genere?
C’è una frase che in Italia funziona sempre, quando si vuole far arrabbiare qualcuno: “Giù le mani dai bambini“. Ci si mette dentro la scuola, i più piccoli, le persone trans, e il gioco è fatto. È esattamente il meccanismo che Abicocca ha smontato nel suo ultimo video, rispondendo ad una clip in cui si prende le distanze da Vannacci, Sardone e compagnia ma, nello stesso respiro, si critica chi vorrebbe “persone transgender a parlare nelle scuole a bambini di 5 – 6 anni“. Il tema vero, sotto tutto questo rumore, è uno: l’educazione sessuo affettiva a scuola. Vediamo come stanno le cose.
Educazione sessuo affettiva, il caso delle persone trans nelle scuole
La clip a cui risponde Abicocca parte da una premessa che sembra ragionevole: non essere d’accordo con Vannacci e Sardone non significa condividere chi porterebbe persone trans a parlare di transizione a bambini di 5 – 6 anni, perché a quell’età ci si dovrebbe occupare di altro. Questo nascerebbe da una riflessione su di un recente intervento pubblico di Vladimir Luxuria. Il problema è che nessuno, nella clip, indica chi, dove e quando avrebbe fatto una cosa simile. Nel frattempo il clima politico sull’educazione sessuo affettiva è teso: il programma di Futuro Nazionale, come riportato anche da noi, promette di vigilare perché le cosiddette teorie di genere, definite “aberranti ideologie“, non trovino spazio nelle scuole. E lo stesso Vannacci, a Settembre, ha attaccato il protocollo della Fondazione Cecchettin per la formazione degli insegnanti.
“Partiamo dal populismo”: la risposta di Abicocca
Abicocca apre dicendo di non sapere se partire dal populismo o dalla transizione di genere, e comincia dal primo. Per lei questo è il classico contenuto costruito per indignare: ci sono tutti gli ingredienti, cioè la persona trans adulta, il bambino piccolissimo, la scuola e la transizione. Un mix pensato per far infuriare le persone al punto che non serve più dimostrare niente. La sua domanda è altrettanto diretta: “Voglio la scuola, la data, il progetto, l’associazione“. Se un episodio del genere legato all’educazione sessuo affettiva esiste, dice, che lo si mostri. Il tono è colorito, e il linguaggio nel video è molto più forte di quello che troverete qui, ma l’argomento è lineare: senza un caso concreto, resta solo una suggestione.
Educazione sessuo affettiva a 5 anni? Cosa si fa davvero
Cosa succede, invece, davvero con l’educazione sessuo affettiva dei bambini piccoli? Abicocca ricorda che esistono progetti contro gli stereotipi di genere e sull’educazione all’affettività, dove si spiega a bambini di 5 anni che cucinare non è “da femmine” e fare il sindaco non è “da maschi”. Gli standard internazionali vanno nella stessa direzione: quelli dell’Ufficio regionale OMS per l’Europa, elaborati con il centro tedesco BZgA, dividono i contenuti per fasce d’età e per i più piccoli parlano di conoscenza del proprio corpo, emozioni, amicizia, rispetto delle differenze e diversi modelli di famiglia. Va detto che alcune associazioni di area cattolica e pro-famiglia contestano questi standard, ritenendoli troppo precoci: è un dibattito reale, ma è molto diverso dall’immagine di adulti trans che “spiegano la transizione” a una classe di età media cinque anni.
Chi chiama chi: le testimonianze nelle scuole superiori
Un passaggio interessante del video, sul tema dell’educazione sessuo affettiva, riguarda l’esperienza personale di Abicocca. Racconta di essere stata chiamata più volte a parlare nelle scuole, sempre superiori, e sempre su invito delle scuole stesse, interessate a sentire la sua esperienza e a ricevere informazione su certe tematiche. Non abbiamo modo di verificare i singoli episodi, ma il meccanismo descritto è quello tipico degli incontri di sensibilizzazione contro bullismo e discriminazioni, dove testimoni e associazioni vengono invitati dagli istituti. La domanda che pone è la parte più scomoda: il problema sono i bambini di 5 anni, a cui sarebbe troppo presto parlare di certi temi, oppure sono le persone trans che entrano in un contesto scolastico? Perché le due cose, fa notare, non sono la stessa cosa.
Educazione sessuo affettiva e legge Valditara: cosa dice la norma
C’è poi un dato che rende la polemica ancora più strana. Il 4 Giugno il Senato ha approvato in via definitiva la legge Valditara sul consenso informato, con 78 voti favorevoli e 38 contrari. Il testo vieta qualunque attività di educazione sessuo affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, mentre alle medie e alle superiori ogni progetto su sessualità, affettività o identità di genere richiede il consenso scritto preventivo dei genitori, con un percorso alternativo per chi non partecipa. Restano l’educazione al rispetto in tutti i gradi e la biologia nei programmi di scienze. Le critiche non mancano: Save the Children e diverse sigle parlano di rischio di nuove disuguaglianze educative, e Adnkronos ricorda che l’Italia resta tra i pochi Paesi europei senza una educazione sessuale obbligatoria.
Vietare qualcosa che nessuno ha documentato?
Mettiamo insieme i pezzi. Da un lato c’è l’allarme su persone trans che spiegano la transizione ai bambini di 5 – 6 anni. Dall’altro c’è una legge che, per le scuole dell’infanzia e primarie, già vieta qualsiasi attività sull’educazione sessuo affettiva. Se la prima cosa accadesse davvero, quindi, sarebbe già fuori dal perimetro della norma. Quanto alle prove, le nostre ricerche non hanno trovato alcun caso documentato di questo tipo: attenzione, questo non dimostra che non sia mai successo, ma spiega perché la richiesta di Abicocca (scuola, data, progetto) sia così centrale. Sulle accuse generiche, intanto, la prima regola del giornalismo resta sempre la stessa: prima si verifica, poi si indigna.
Educazione sessuo affettiva, populismo e “l’ultima ruota del carro”
Nel suo video Abicocca è dura su un altro punto: chi alimenta questo tipo di allarme lo fa mettendo in mezzo categorie di persone che, dice, sono già “l’ultima ruota del carro“ della società. È una lettura che si può condividere o meno, ma i numeri sulla discriminazione non sono un’opinione: Arcigay ha censito 149 episodi di violenza o discriminazione contro persone LGBTQIA+ in Italia nel solo 2024, tra cui il suicidio di un tredicenne bullizzato per il suo orientamento. Per chi lavora sull’educazione sessuo affettiva e sul contrasto agli stereotipi, è proprio da qui che si parte: dalla scuola come luogo in cui si impara a rispettare le differenze prima che diventino bersagli. E il femminicidio di Giulia Cecchettin, ricorda Adnkronos, ha riportato questo tema al centro del dibattito pubblico.
Perché il rispetto si impara presto
Dietro lo scontro politico sull’educazione sessuo affettiva c’è una questione educativa che riguarda tutti, genitori compresi. Imparare fin da piccoli che un bambino può giocare con la cucina o che una bambina può fare il sindaco non è “ideologia”: è prevenzione degli stereotipi che, crescendo, diventano pregiudizi. I progetti di cui parla Abicocca, e quelli che la Fondazione Cecchettin propone agli insegnanti, vanno in quella direzione, e Vannacci li ha definiti propaganda, sostenendo che l’educazione “non deve essere né femminista né colpevolizzare i maschi“. Resta da capire se una scuola che non parla mai di rispetto, relazioni e consenso sia davvero più neutra, o semplicemente lasci quel compito a qualcun altro: i social, i video, il passaparola tra coetanei.
Educazione sessuo affettiva: la domanda che resta
Alla fine, sul tema dell’educazione sessuo affettiva, Abicocca chiude con un invito: scrivetemi nei commenti qual è davvero il problema. È una domanda che vale per tutti, anche per chi legge. Se il timore è che a bambini molto piccoli vengano proposti contenuti non adatti alla loro età, la risposta sta nelle regole, nel consenso delle famiglie e nel controllo sui materiali, tutte cose già previste o in discussione. Se invece il problema è la presenza stessa di persone trans in un’aula, allora si sta parlando d’altro, e conviene dirlo apertamente. In entrambi i casi, la strada per capirsi passa dai fatti: una scuola, una data, un progetto. Come ha chiesto lei, prima di tutto, a chi ha lanciato l’allarme.
Come al solito i leoni da tastiera sono molto abili. Sanno comunicare a numeri sui social. Ma non a fatti scientifici e dimostrabili. Peccato che il fact checking non sia una pratica comune…
Aeden Russo
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