Educazione affettiva: serve ai piccoli oppure agli adulti?

Educazione affettiva: serve ai piccoli oppure agli adulti? Un papà ha ritirato le figlie dal nido perché in classe si legge “Piccolo uovo“, un albo illustrato in cui un uovo scopre che esistono tanti tipi di famiglia. Intanto un giovane su tre, tra i 16 e i 25 anni, dichiara di aver imparato il sesso solo dal porno, e la Cassazione ha dato il via libera al referendum per l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Tre notizie, un unico filo: ve lo raccontiamo.

Educazione affettiva: serve ai piccoli oppure agli adulti?

Ogni tanto la cronaca promuove una determinata notizia che ha bisogno di ampi contesti. Da una parte un libro per bambini con due mamme gatte e due papà pinguini che finisce sotto accusa a Bologna. Dall’altra i dati su ragazze e ragazzi che, per capire come funzionano corpo, relazioni e consenso, si affidano a Google, all’intelligenza artificiale e ai siti per adulti. In mezzo, una legge contestata e un referendum che ha raccolto oltre 576mila firme. Partiamo dal caso letterario, quello raccontato dal divulgatore Matteo Rastelli, che studia l’omofobia e il suo impatto socioculturale, e poi allarghiamo lo sguardo.

Educazione affettiva e Piccolo uovo: cosa è successo a Bologna

La notizia, ripresa da Repubblica con il titolo “Libri gender nei nidi“, arriva da Bologna. Un padre, Francesco Perboni, ha denunciato attraverso un video diffuso da Pro Vita & Famiglia la presenza, in due nidi comunali, di libri sulle famiglie arcobaleno e sull’identità di genere. Tra cui: “Piccolo uovo” e “Nei panni di Zaff“. Ha annunciato che ritirerà le figlie. La vicenda è subito diventata politica: la Lega ha parlato di “giù le mani dai bambini“. Il centrodestra ha annunciato interrogazioni e perfino esposti in Procura. Il Comune ha risposto per mano della dirigente del Settore sistema integrato di educazione e istruzione 0-6 anni, Anna Giordano: il ruolo educativo dei nidi non è giudicare le differenze come giuste o sbagliate, ma riconoscerle tutte con pari dignità, nel rispetto della libertà dei genitori. Una piccola polemica locale sull’educazione affettiva che è diventata un caso nazionale.

“Sì, è tutto qui”: la trama di Piccolo uovo secondo Matteo Rastelli

Nel suo video, Rastelli fa la cosa più semplice e più rara: racconta cosa c’è scritto nel libro. Piccolo uovo, di Francesca Pardi con le illustrazioni di Altan, è la storia di un uovo che prima di nascere parte per un viaggio alla scoperta della famiglia. E si accorge che, nel regno animale, è fatta di tante forme diverse. C’è la famiglia tradizionale, quella con un solo genitore, quella con due mamme gatte o due papà pinguini, e altre ancora. Alla fine l’uovo capisce che tutte hanno diritto di esistere, purché dentro ci siano amore, cura e rispetto.

“Sì, è tutto qui“, dice Rastelli, e ha ragione. Nessuna scena esplicita, nessuna lezione sul sesso, solo animali, famiglie e un messaggio sulla qualità dei legami. Che è poi la stessa logica di ogni percorso serio di educazione affettiva. Partire da ciò che le persone vivono davvero, senza “indottrinarle”. Nel 2026, sottolinea, ci troviamo a discutere di “pericolosità” di una storia che, per i bambini, si può riassumere in una frase: non si discrimina nessuno.

Educazione affettiva, nidi e scuole: una precisazione necessaria

Un dettaglio di precisione, perché ci tiene chi fa informazione. Nel video si parla di “scuole”, mentre nel caso bolognese le strutture coinvolte sono nidi comunali. Cioè servizi educativi per bambini da 0 a 3 anni. La differenza conta, perché sull’età si concentra una parte delle critiche. Una recensione specializzata consiglia Piccolo uovo dai 3 anni in su, e a quell’età si legge con un adulto. L’autrice, Francesca Pardi, ha sempre sostenuto che nel libro “non si parla di sessualità, ma di sentimenti, relazioni e affettività“.

Chi contesta la lettura nei nidi ha quindi un’obiezione legittima da discutere, quella sull’età. Chi la difende ricorda che parlare di famiglie è parlare di vita quotidiana, non di sesso. È il terreno su cui l’educazione affettiva viene spesso fraintesa. Possiamo condividere o non cosa insegnare a bambini di quell’età? Certamente. Ma possiamo anche dire che stiamo insegnando loro l’ovvio? Che siamo diversi? Oppure dire che le famiglie sono plurime e diverse è così pericoloso? A voi la scelta.

Le ragioni di chi dice no

Per correttezza, vediamo anche cosa sostiene l’altra parte. Per Perboni, il “patto educativo” con la scuola viene meno quando i genitori non sono avvisati preventivamente dei contenuti. E il punto, a suo dire, è la libertà di scelta delle famiglie. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che ha firmato la legge sul consenso informato, la definisce “una legge di libertà”. E sostiene che chi la attacca strumentalizzi l’educazione sessuale per far entrare a scuola le cosiddette teorie gender (che sappiamo non esistono).

Dalla sua parte c’è l’articolo 30 della Costituzione, che riconosce ai genitori il diritto-dovere di educare i figli. Sono argomenti seri, e vanno ascoltati. La questione, però, è se il consenso preventivo, pensato per attività su sessualità e identità di genere, debba allargarsi fino a rendere sospetta persino una lettura sulle famiglie. E se garantisca davvero la trasparenza o finisca per scoraggiare le scuole dal parlarne. Chi sostiene l’educazione affettiva a scuola non nega questi principi. Chiede soltanto che il coinvolgimento delle famiglie non si trasformi in un divieto preventivo.

Educazione affettiva e differenze: perché raccontare tutte le famiglie

C’è una cosa che spesso si dimentica: le famiglie “diverse” non sono un’ipotesi, esistono già. Da sempre. Ci sono bambini cresciuti con un solo genitore, con i nonni, con due mamme o due papà. E quando in classe nessuno le racconta, quei bambini imparano che la loro casa è un’eccezione da non nominare. Rastelli lo dice con una frase concreta: invece di censurare, i genitori potrebbero spiegare ai figli che Camilla ha mamma e papà, che Marco ha solo la mamma, che Giulio ha due papà e Martina due mamme, e che sono tutte famiglie.

Piccolo uovo, d’altronde, non è una novità: ha vinto il Premio Andersen nel 2012. Ed ha già attraversato polemiche a Milano nel 2012 e a Venezia nel 2015, quando furono tolti dalle scuole un cinquantino di libri. L’educazione affettiva comincia da qui: riconoscere che l’amore ha tante forme. E non dovrebbe essere censurato in nome di un indottrinamento che non esiste. Perché nessuno sta parlando precocemente di sessualità a minori. Ma di come una famiglia si definisce in così tanti modi diversi.

Un giovane su tre impara il sesso dal porno

Passiamo al secondo capitolo, quello statistico. L’indagine Ipsos Doxa per Medici del Mondo, condotta a Giugno 2026 su 1.000 giovani tra i 16 e i 25 anni e presentata il 28 Ottobre a Milano, fotografa una generazione che si arrangia. I giovani vogliono un’educazione sessuo affettiva strutturata e obbligatoria a scuola. Il 31% dichiara che la pornografia è stata la sua unica fonte di apprendimento sul sesso. Il 50% si informa su Google, il 27% con piattaforme di intelligenza artificiale, solo il 18% si rivolge a personale medico e il 14% è stato almeno una volta in un consultorio.

E non sono ingenui: il 64% ritiene che il porno produca aspettative irrealistiche sulle prestazioni. E il 59% che contribuisca all’oggettivazione delle donne. Il problema, in altre parole, non è che non sappiano che quelle immagini sono distorte. Ma che nessun altro gli abbia mai offerto un racconto diverso. È la fotografia di cosa succede senza educazione affettiva. E sono i giovani a soffrirne. Come gli adulti lo specchio di cosa significa crescere senza.

Educazione affettiva e consenso: cosa succede quando la scuola non c’è

I dati dell’indagine sull’educazione affettiva vanno oltre il porno. Il 72% mostra convinzioni errate sul modo in cui si trasmettono le infezioni sessuali. Medici del Mondo segnala un calo dell’uso del preservativo. Visconti, intervenuta alla presentazione, ricorda che dal 2010 al 2024 la gonorrea in Italia si è quadruplicata. Il 71% dei giovani vorrebbe che fosse la scuola a occuparsi di educazione sessuale e affettiva, il 56% la vorrebbe obbligatoria, e solo il 2% si dice contrario.

Dentro quelle ore non si parla solo di prevenzione: si parla di consenso, di rispetto dei limiti altrui, di come riconoscere una relazione tossica. Eppure, secondo i dati della Commissione europea aggiornati al 2019, in 19 Paesi dell’Unione l’educazione alla sessualità è obbligatoria. L’Italia non è tra questi. Il quadro lo racconta anche l’articolo del Corriere della Sera che ci è stato segnalato, a cui vi lascio un link di condivisione.

La legge 104/2026: cosa prevede davvero

La legge contestata è la 104 del 2026, entrata in vigore il 7 Luglio. Parliamo di “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico“. Nelle scuole dell’infanzia e primarie vieta di svolgere attività di educazione sessuale e affettiva. Alle medie e alle superiori ogni attività del genere richiede il consenso scritto preventivo dei genitori. Sette giorni di preavviso, e la possibilità di visionare i materiali. E chi non ha il consenso viene indirizzato verso attività alternative.

Il ministro Valditara ribadisce che la legge non vieta l’educazione sessuale in senso biologico, che resta nei programmi di scienze. Né l’educazione affettiva, che compare per la prima volta nelle linee guida sull’educazione civica. I promotori del referendum la vedono diversamente. Per loro, tra divieti e consensi, la scuola smette di parlare di ciò che i ragazzi cercano altrove. Ed è una cruda realtà che ho provato sulla mia pelle, nell’età formativa scolastica.

Educazione affettiva e referendum: il via libera della Cassazione

Veniamo alla notizia più recente. A fine Ottobre, pochi giorni fa, la Cassazione ha dato il via libera al referendum abrogativo promosso dal comitato “Sì educazione affettiva nelle scuole” contro la legge 104/2026. Si sono certificate oltre 576mila firme valide (576.477, per la precisione) raccolte in pochi mesi, a partire dal 6 Agosto. L’annuncio del comitato è del 27 Ottobre. Non siamo ancora al voto: ora deve pronunciarsi la Corte costituzionale, che non entra nel merito ma valuta l’ammissibilità e la chiarezza del quesito.

E c’è un punto che va detto con onestà: l’abrogazione non introdurrebbe automaticamente una nuova materia obbligatoria. Ma cancellerebbe i divieti e il consenso preventivo, riportando la situazione a prima della legge e restituendo alle scuole la possibilità di organizzare percorsi. Per essere valido, inoltre, il referendum richiede il raggiungimento del quorum.

Perché sosteniamo il sì

La nostra posizione è chiara: sosteniamo il referendum per l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Lo facciamo per tre ragioni. La prima: i ragazzi chiedono più informazione e la cercano dove capita. La seconda: parlare di consenso, differenze e relazioni a scuola, con professionisti e con un linguaggio adatto all’età, protegge, non indottrina. La terza: sostenere l’abrogazione non vuol dire azzerare il ruolo dei genitori, che restano i primi educatori, ma evitare che una legge renda più difficile, e perfino sospetta, ogni attività su questi temi, compresa la lettura di un albo illustrato sulle famiglie.

Chi vota sì non impone un programma, chiede che le scuole tornino libere di organizzarlo, con il coinvolgimento delle famiglie e senza veti preventivi. È una scelta che riguarda tutti, non solo la comunità LGBTQIA+. Ed è inoltre una scelta volta verso un futuro migliore. Che possa educare alle differenze, non discriminarle. Formare i ragazzi, non insegnare alle ragazze come sopravvivere. Colmare la disparità, insegnare il consenso, come proteggersi in un rapporto. Tutte cose che al momento mancano.

Educazione affettiva, cosa ci aspettiamo adesso

Cosa può succedere da qui? Se la Consulta darà il via libera, si aprirà la campagna per il voto. E sarà decisivo informare le persone su cosa si vota davvero. Non un’ideologia, non un obbligo, ma il destino di una legge. Intanto, la storia di Bologna ci lascia un consiglio pratico: prima di indignarsi, leggere. Piccolo uovo si legge in pochi minuti, e chi lo fa scopre in fretta che non c’è nulla da temere.

Quello che dovrebbe preoccuparci davvero è altro: un’intera generazione che impara le relazioni da uno smartphone. L’educazione affettiva non è un lusso né una moda: è il modo più semplice che abbiamo per spiegare a bambine, bambini e adolescenti che esistono tanti modi di amare, e che il rispetto, in tutti, è la regola.

Sembra così strano nel 2026 spiegare a persone adulte e coscienziose cos’è giusto e cosa sbagliato. Ognuno può avere la sua opinione. Ma non può esigere che la si faccia rispettare con il divieto. La censura. L’eliminazione.

Aeden Russo

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