I social media sono quella categoria a parte d’informazione, dove tutto detta legge e nessuno mette bocca. Ecco come grandi menti pensanti finiscono a dire atrocità di ogni tipologia, andando a lesionare comunità già fragili e vittime di calunnie ingiustificate. Vediamo cosa sta succedendo insieme.
Disinformazione: un video virale che preoccupa
Negli ultimi giorni un video circolato sui social ha riportato al centro del dibattito un tema purtroppo sempre attuale: la disinformazione sulle persone transgender. La notizia mi è giunta direttamente sul mio profilo, spingendomi a parlare del suo contenuto. In esso l’autore sostiene affermazioni estremamente gravi, arrivando a definire le persone trans come “indemoniate” o addirittura “portatrici di parassiti”. Dichiarazioni di questo tipo non sono solo offensive, ma rappresentano un esempio lampante di disinformazione che può avere conseguenze reali, contribuendo a creare stigma, paura e isolamento sociale.
Il problema non è solo ciò che viene detto, ma il modo in cui queste parole vengono percepite e diffuse. In un contesto digitale dove tutto viaggia velocemente, la disinformazione può trasformarsi in una narrazione dominante per chi non ha strumenti per verificarla. Ed è proprio qui che diventa fondamentale fermarsi, analizzare e smontare punto per punto ciò che viene affermato, affidandosi a dati scientifici, medici e sociologici.
Quando la paura prende il posto della realtà
Una delle affermazioni più estreme del video in analisi è che le persone transgender sarebbero “indemoniate”. Questa idea non ha alcun fondamento scientifico o medico ed è un esempio classico di disinformazione basata su credenze religiose distorte o superstizioni.
Secondo organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’identità transgender non è una malattia mentale. Dal Giugno 2018, infatti, la cosiddetta “incongruenza di genere” è stata rimossa dal capitolo dei disturbi mentali nella classificazione ufficiale. Questo aggiornamento è stato fatto proprio per contrastare la disinformazione e ridurre lo stigma che per anni ha colpito la comunità trans. Una modifica se per questo che doveva arrivare molto prima.
Attribuire caratteristiche “demoniache” a un gruppo di persone è una strategia retorica molto pericolosa, perché disumanizza e giustifica atteggiamenti discriminatori. Non è solo un errore concettuale: è un meccanismo che nella storia è stato spesso utilizzato per giustificare esclusione e violenza.
Disinformazione e il mito dei “parassiti nel corpo”
Un altro punto del video riguarda la presunta presenza di “parassiti” nel corpo delle persone transgender. Anche questa affermazione rientra pienamente nella disinformazione pseudoscientifica. La salute di una persona non dipende dal fatto che sia cisgender o transgender, ma da fattori come accesso alle cure, stile di vita e condizioni socioeconomiche. Studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali dimostrano che eventuali differenze nella salute delle persone trans sono spesso legate a discriminazioni e difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari, non a caratteristiche biologiche “anomale”.
Diffondere questo tipo di disinformazione è particolarmente grave perché può generare paura irrazionale e alimentare stereotipi dannosi. È lo stesso meccanismo che in passato ha colpito altre minoranze, associandole a malattie o impurità senza alcuna base reale.
Thailandia, cultura e realtà: smontare un falso collegamento
Nel video viene citata la Thailandia come esempio per sostenere che l’alimentazione locale influenzi la presenza di persone transgender. Questo ragionamento è un chiaro esempio di disinformazione culturale e scientifica. La Thailandia è spesso associata alla visibilità delle persone trans perché è uno dei paesi asiatici con una maggiore rappresentazione mediatica di identità di genere non conformi.
Ma questa visibilità non ha nulla a che vedere con il cibo. Non esiste alcuna prova scientifica che colleghi l’alimentazione (inclusi gli insetti, che in molte culture sono una fonte proteica sostenibile) con l’identità di genere. Gli insetti sono consumati in numerosi paesi e sono riconosciuti anche dalla FAO come una risorsa alimentare valida. Andare a puntare la loro ipotetica sporcizia solo per comune associazione fuori posto è un collegamento illogico e irrazionale.
Questa narrazione dimostra quanto la disinformazione possa nascere da una scarsa conoscenza culturale. Ridurre un fenomeno complesso come l’identità di genere a una questione alimentare è non solo errato, ma anche offensivo nei confronti di intere popolazioni.
Disinformazione sugli ormoni e il corpo umano
Un altro passaggio del video sostiene che l’alimentazione possa causare “un casino totale a livello ormonale” portando alla transizione. Anche questa è disinformazione. L’identità di genere non è determinata da ciò che si mangia, ma è il risultato di un insieme complesso di fattori biologici, psicologici e sociali.
La comunità scientifica ha studiato per anni le basi dell’identità di genere, evidenziando come essa si sviluppi già in età precoce e non possa essere modificata da fattori esterni come la dieta. Inoltre, i percorsi di affermazione di genere, quando intrapresi, sono seguiti da professionisti sanitari e basati su protocolli medici riconosciuti a livello internazionale.
Attribuire la transizione a uno squilibrio alimentare è una forma di disinformazione che banalizza e distorce completamente il lavoro di medici, endocrinologi e psicologi che accompagnano le persone trans nei loro percorsi.
Il ruolo della religione e il rischio di narrativa estremista
Nel video si arriva a collegare le persone transgender all’“anticristo” e alla distruzione della famiglia. Questo tipo di affermazione rientra in una narrativa ideologica che spesso utilizza la religione per giustificare la disinformazione e l’odio.
È importante distinguere tra fede personale e uso distorto della religione per attaccare altri gruppi. Molte comunità religiose, infatti, stanno oggi lavorando per promuovere inclusione e rispetto verso le persone LGBTQIA+. Esistono diversi pastori cristiani, oso presumere anche figure religiose di altri credi, che includono attivamente le persone della comunità tra i fedeli, senza giudizio alcuno. Ridurre tutto a una contrapposizione tra “bene e male” è una semplificazione estrema che non aiuta a comprendere la realtà.
La disinformazione in questo caso diventa uno strumento per rafforzare paure e divisioni sociali, invece di favorire il dialogo e la comprensione reciproca.
Disinformazione online e responsabilità collettiva
Questo caso dimostra quanto sia facile diffondere disinformazione attraverso i social. Bastano pochi secondi di video per costruire una narrazione falsa ma emotivamente forte. Il problema è che contenuti di questo tipo spesso ottengono visibilità proprio perché provocatori. Bisognerebbe in qualche modo instaurare una sorta di censura automatica verificabile, come il filtro “fake news” che Meta ha introdotto tempo addietro. Ecco cosa succede quando un esponente al potere ha una forte opinione su una minoranza. Mi riferisco proprio al CEO dell’azienda, che solo l’anno scorso ha rimosso il filtro sulle realtà trans, bollando la comunità come una malattia mentale degna di essere attaccata con minacce di morte e molto altro.
Contrastare la disinformazione non significa solo smentire, ma anche educare. Significa fornire strumenti alle persone per distinguere tra opinioni personali e fatti verificati. Significa anche promuovere una cultura digitale più consapevole, dove le informazioni vengono controllate prima di essere condivise.
Verso una società più informata e inclusiva
Affrontare la disinformazione sulle persone transgender è una sfida che riguarda tutti. Non si tratta solo di difendere una comunità, ma di proteggere la qualità del dibattito pubblico. Quando le informazioni sono corrette, diventa più facile costruire una società basata sul rispetto e sulla comprensione. Invece in un mondo ipermedializzato, dove le informazioni vengono passate attraverso influencer IA, meme sulla guerra promossi dalla Casa Bianca stessa, e la spettacolarizzazione della violenza… ecco cosa accade.
Le persone transgender esistono, fanno parte della nostra società e meritano di essere raccontate con verità, non attraverso stereotipi o paure infondate. Combattere la disinformazione significa dare spazio a storie reali, a dati scientifici e a un confronto civile.
Perché alla fine, la vera differenza non la fa chi urla più forte, ma chi è disposto ad ascoltare, informarsi e capire.
Aeden Russo
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