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Tutte le madri di Bobby Griffith

Bobby Griffith ha aspettato la notte del 27 agosto del 1983 per lasciarsi cadere da un cavalcavia e porre fine alla sua esistenza. La sua colpa? Essere omosessuale. Le sue motivazioni? Il categorico rifiuto di una famiglia trincerata dietro la più bieca e ottusa cristianità.
La storia di Bobby è stata raccontata in un film del 2009, “Prayers for Bobby” la cui interprete protagonista è una magistrale Sigourney Weaver che veste i panni della madre di Bobby, Mary Griffith, una credente tutta d’un pezzo, pronta a rinnegare il proprio figlio pur di tenersi strette al petto la propria fede, la propria ossessione, le proprie convinzioni. Solo a seguito della perdita del figlio, la madre inizierà un percorso a ritroso rivedendo le sue posizioni granitiche e, soprattutto, trovando sul suo cammino la sua giunonica responsabilità della morte del figlio, spinto a un gesto estremo come quello del suicidio.
Nonostante siano passati 37 anni dalla morte di Bobby Griffith, ci sono tantissimi Bobby in tutto il mondo: nascosti, spaventati, soli, certi di essere gli unici al mondo a vivere il dramma della scoperta di sé. Nonostante nel 2020 sia facile parlare di apertura, accettazione e libertà, sono tristemente ancora numerosissime le realtà che soffocano le verità individuali, che negano loro voce, il loro sfogo e il fondamentale senso di appartenenza. Troppo spesso sentiamo storie di figli cacciati da casa o vittime di bullismo che, come Bobby, rimangono senza speranza, in balìa della disperazione e che scelgono di porre fine al proprio tormento, certi che per loro non ci sia futuro. Ragazze e ragazzi certi che per loro non ci sia Amore.
Nella storia di Bobby c’è il racconto di tanti di noi. Nomi di giovani dimenticati che non ce l’hanno fatta. Non per colpa di una presunta incapacità o inettitudine, anzi. Ma per colpa di un mondo che non li ha voluti, per colpa di famiglie impreparate che, credendo di far del bene al proprio figlio, lo hanno irrimediabilmente distrutto. Prayers for Bobby è il percorso di una madre inizialmente incapace di sentir pronunciare anche la sola parola “omosessuale”, considerata alla stregua di un peccato verbale, ma che dopo aver perso per sempre suo figlio, passo dopo passo, trascinandosi in un dolore lacerante, tipico del senso di colpa, arriva a schierarsi con la comunità LGBT+, diventa sostenitrice del Pride e si mette di traverso in difesa dei più deboli. La sua dolorosa metamorfosi è raccontata con dovizia di particolari nel film e la stessa Sigourney Weaver ha interpretato in maniera impeccabile la Signora Griffith.
Sarebbe un passo importante se questo film, così toccante, vero e attuale arrivasse sulla TV degli italiani. Sarebbe un segnale davvero forte. Ma pare che non ci sia nulla da fare. Sono passati 11 anni dalla prima visione negli USA, ma ad oggi non esiste una versione doppiata in italiano. Per i più curiosi e per coloro che parlano l’Inglese, è disponibile su YouTube con tanto di sottotitoli, ma resterebbe una visione probabilmente di nicchia. Se qualcuno si prendesse la briga di acquistarlo, doppiarlo e trasmetterlo in prima serata (magari sui Rai 1), quante persone riuscirebbe a far riflettere? Quanti Bobby, nascosti nel loro guscio, riuscirebbe a far sentire meno soli, meno sbagliati, meno disperati? C’è bisogno di forza, di speranza. Serve una lezione d’Amore e questo film riesce a definire i contorni dell’errore cieco e della guarigione. E’ una storia di sopravvivenza.
Oggi continuiamo a leggere di aggressioni, insulti e violenze contro la comunità LGBT+ e sarebbe più che mai opportuno raccontare una storia vera, come quella di Bobby, per far capire a chiunque che ciò che diciamo e che facciamo lascia un segno indelebile, segna un cammino, devia un percorso. C’è un passaggio importante in questo film nel quale la madre di Bobby legge un discorso alla sua amata comunità cristiana, condannando l’omosessualità, considerata un’aberrazione e un peccato punibile solo con le fiamme dell’inferno. La comunità religiosa, alla quale Mary Griffith si sta rivolgendo e che sembra inizialmente volerla applaudire, resta sgomenta quando quel discorso prende un’altra piega e si rivolta verso i cristiani stessi: non accusandoli, non insultandoli, ma lanciando un monito: fate sempre attenzione a cosa dite e alla violenza con la quale esprimete le vostre convinzioni, perché “a child is listening”. Un bambino sta ascoltando. I bambini ascoltano, imparano e sulle parole degli adulti costruiscono un modello di realtà nel quale devono incastrarsi. Se ci riescono al primo colpo, allora è tutto più facile. Ma ci sono anche coloro che nella realtà devono scavarsi una nicchia per potercela fare. E dipende da noi, da tutti noi. Da quanto Amore e comprensione siamo disposti a dare. E la storia di Bobby Griffith non solo va vista e vissuta attraverso questo film, ma non va mai dimenticata. Come non vanno dimenticati le storie e i nomi di tutti coloro che quell’Amore non lo hanno trovato. Neanche nella braccia propria madre.

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