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L’arte del (non) fare queerbaiting: una recensione (quasi) senza spoiler di “Our flag means death”.

E’ una delle serie più chiacchierate del web. A solo un mese dall’uscita dell’ultimo episodio Our flag means death ha già generato centinaia di articoli, recensioni, fanart e fan fiction. Sembra avere, già ad una prima occhiata, tutti gli elementi del successo. Parla di pirati, in maniera comica ed in salsa inequivocabilmente queer, con un cast ampio e diversificato. In più ha attaccato il nome di Taika Waititi che da alcuni anni a questa parte sembra trasformare qualunque progetto in un successo.

La serie, andata in onda in streaming sulla piattaforma HBO Max a partire dal 3 Marzo 2022, vede la firma di David Jenkins e si ambienta nel 1717 nel pieno dell’epoca d’oro della pirateria. Conta al momento una singola stagione composta da 10 episodi della durata media di circa 30 minuti.

Recensione serie Our flag means death: ecco Stede Bonnet, il pirata gentiluomo

Protagonista è la figura realmente esistita di Stede Bonnet, passato alla storia con l’epiteto di “Pirata Gentiluomo”. Bonnet, infatti, caso quasi unico nella storia della pirateria, rinunciò alle comodità della vita della piccola nobiltà terriera coloniale per intraprendere la via del mare, lasciando nel 1717 moglie e figli nella sua piantagione nelle Barbados per mettersi al comando della nave Revenge.

L’episodio più famoso della sua breve vita da pirata è quello che lo vede affiancato ad Edward Teach, conosciuto ai più come “Barbanera”, al quale Bonnet cedette temporaneamente il comando della Revenge per compensare ed approfondire le sue scarse conoscenze navali. Proprio il rapporto tra Bonnet e Barbanera è il principale filo narrativo della serie, che ne offre una sua romanzata e comica interpretazione. Anche qui Stede Bonnet (interpretato magistralmente da Rhys Darby) è un sognatore. Ha abbandonato la famiglia per inseguire una vita di avventure al comando della Revenge e della sua sgangherata ciurma.

Il suo entusiasmo però non riesce a compensare alla sua mancanza di competenze e di leadership. Perde infatti rapidamente la fiducia dei suoi sottoposti e non può fare a meno di infilarsi continuamente in situazioni pericolose o imbarazzanti. Lo vediamo quindi, nel corso dei primi episodi, collezionare uno sbaglio dopo l’altro riuscendo sempre a scamparla però con un misto di astuzia e fortuna, oltre che con l’aiuto di una ciurma che arriva sempre più ad assomigliare ad una famiglia. La serie prende però veramente il volo a partire dal terzo episodio. Entra infatti in scena il personaggio di Barbanera, qui interpretato da Taika Waititi, che ricopre anche il ruolo di produttore esecutivo della serie.

Un vero pirata può avere dei sentimenti?

La mascolinità e soprattutto le aspettative sociali, spesso e volentieri tossiche, che la riguardano sono uno dei temi principali della serie. Stede infatti non riesce a sentirsi a proprio agio nel ruolo di proprietario terriero, capofamiglia e marito secondo i dettami dell’alta società coloniale britannica. Al contempo fallisce nel conformarsi alla cultura di violenza e (apparente) machismo che contraddistingue il mondo della pirateria e fa fatica ad adattarsi alle austerità della vita di mare.

Da entrambi questi mondi la sua sensibilità e suoi interessi sono bollati come difetti e debolezza, i suoi sogni come mere fantasie irrealizzabili. Più di ogni altro personaggio però sembra prendere in fretta consapevolezza delle proprie mancanze e necessità, non rifiutando mai un’occasione di apprendimento e messa in discussione.

Riesce efficacemente a trovare, con l’aiuto del resto della ciurma, un modo di essere se stesso al di fuori dei canoni dell’alta società da una parte e della pirateria dall’altra. Un “pirata gentiluomo”, più facile alla diplomazia che alle armi, attento al benessere della propria ciurma e al proprio, con un armadio pieno di vestiti e una biblioteca ricolma di libri.

Barbanera e la ricerca dell’uomo dietro la leggenda: la Recensione sulla serie Our flag means death continua

La recensione sulla serie Our flag means death continua e, allora, torniamo a noi. Lo stesso Barbanera, o meglio Edward, è lontano dalla figura leggendaria del pirata più famoso e temuto di tutti i tempi. Anzi, a sua volta appare come un uomo schiacciato dal peso della sua stessa leggenda e dalle aspettative della sua ciurma e dei suoi avversari.

Aspettative che diventano una gabbia per Ed, impossibilitato ormai ad esprimere le proprie ansie, sensazioni e paure. Non riesce a trovare una valvola di sfogo per i suoi sentimenti repressi, che si trasformano quindi inevitabilmente in repentini sbalzi di umore e scatti di aggressività. È solamente tramite il suo rapporto con il “Pirata gentiluomo” che anche il terribile Barbanera riesce finalmente a ritrovare e a poter vivere l’uomo nascosto sotto l’ombra del mito.

Nel corso della serie assistiamo quindi all’evoluzione del rapporto tra i due uomini, ognuno portatore di conoscenze e sensibilità indispensabili per lo sviluppo dell’altro. Da un lato Ed è un combattente ed un navigatore provetto in grado di insegnare al pirata gentiluomo le basi per sopravvivere alla vita di mare. Dall’altro Stede è la chiave di volta per impedire che Barbanera diventi vittima della sua stessa fama e possa ritrovare il vero se stesso.

Non è un caso quindi che il loro rapporto cresca rapidamente oltre ai confini di una semplice amicizia e sfoci apertamente nel romantico. Come sottolineato dallo stesso Waititi, la serie si potrebbe proprio definire una “romantic comedy in the best sense of the word“.

Recensione serie Our flag means death: Pirati come icone queer tra fiction e storia

Proprio questo è uno degli aspetti più interessanti della serie, ovvero la sua totale trasparenza nei confronti dei suoi aspetti più queer. Non indugia infatti nell’ormai trito queerbait ma è molto chiaro sulla palese natura romantica e affettiva del rapporto tra Ed e Stede. Un rapporto che si sviluppa e sboccia, per quanto lentamente, come inequivocabilmente omoerotico.

E questo non solo riguardo ai due protagonisti, il cui rapporto si sviluppa completamente solo sul finire della serie, ma anche del resto del cast. Alcuni pirati della Revenge ad esempio intrattengono relazioni omoerotiche tra di loro, nella totale approvazione o indifferenza del resto della ciurma. L’unico momento in qui queste tresche rappresentano un problema sulla nave è solamente quando diventano un modo per evitare gli obblighi della vita di mare, come nel caso del lavativo Lucius (Nathan Foad).

Va sottolineato come anche da questo punto di vista la serie si sia inventata ben poco. Le relazioni omoerotiche nel mondo della pirateria non sono certo senza precedenti storici. Anzi, non solo la disciplina storica ne ha accertato la presenza ma i pirati sono spesso stati reclamati negli ultimi anni come icone dalla comunità LGBTQIA+ online.

Una vita come quella del pirata, così volutamente lontana dalle convenzioni sociali, facilmente portava alla messa in discussione ed alla sovversione anche dei ruoli sessuali e di genere. Anche quest’ultimo aspetto viene rappresentato nella serie, soprattutto tramite il personaggio di Jim (interpretato dall’attore non binary Vico Ortiz) forse uno dei più affascinanti dell’intero cast.

Questo personaggio, ispirato alle figure di piratesse come Anne Bonny e Mary Read che spesso assumevano identità maschili, meriterebbe in realtà un articolo a parte e sarebbe impossibile da trattare senza rivelare ulteriori spoiler. Al contempo è importante però sottolinearlo non solo per la rappresentazione ma anche perché esemplifica quanto sia talvolta difficile parlare in termini rigidamente binari di alcune figure storiche.

Jim e Olo

Una ventata d’aria fresca con qualche scivolone

Questo significa che Our flag means death è una serie perfetta? Assolutamente no, ma rimane comunque una serie da guardare.
Innanzitutto non è da guardare “a rate” anzi, sembra essere pensata proprio per il binge-watching. Solo guardare la serie “tutta di un fiato” consente infatti di apprezzare al meglio lo sviluppo dei personaggi e l’evoluzione del loro rapporto.

Proprio riguardo a questo va sottolineato come, nel suo appoggiarsi a canoni tipici del genere romantico soprattutto nelle sue declinazioni “slow-burn”, la serie rischia spesso di sembrare l’ennesimo esempio di queerbaiting. Per quanto riesca poi magistralmente ad evitarlo, è facile per un’audience ormai abituata alle delusioni farsi prendere dallo sconforto. Soprattutto di fronte ad uno di quei momenti in cui si vorrebbero solamente obbligare i personaggi a confessare i propri sentimenti invece che vederli persi in sguardi e giri di parole.

A questo si aggiunge il finale che per appassionante ed emotivamente carico si chiude con un cliffhanger che lascia un po’ l’amaro in bocca, soprattutto visto che ancora la HBO non ha dato conferma di una seconda stagione. Altro aspetto a tratti problematico è il tono della serie, che cerca sempre di mantenersi leggero al punto però forse di banalizzare le tematiche che affronta. L’omofobia, le discriminazioni di genere ed etniche sono solo occasionalmente accennate, finendo spesso sullo sfondo. D’altro canto, è sicuramente una ventata d’aria fresca il poter godere godere di storie di minoranza senza avere per forza il costante monito dell’oppressione.

Anche in termini di rappresentazione non tutto sempre è azzeccatissimo, nonostante rimanga comunque uno dei principali meriti della serie. A tratti può apparire forzata, a tratti invece sembra possibile osare un poco di più. Infatti per quanto sembri abbastanza evidente il tentativo di inserire affettività queer in un contesto di naturalezza e quotidianità, alcuni momenti lasciano un po’ un senso di insoddisfazione.

Una serie storica ma non troppo

Aggiungo, da storico, come non sia un prodotto per chi è alla ricerca dell’accuratezza storica. La trama chiaramente un lavoro di finzione che plasma l’ambientazione storica ai fini della narrazione romanzata. I pirati di “Our flag means death”, per quanto basati su personaggi realmente esistiti, sono prima di tutto personaggi di fantasia. O ancora meglio, un lavoro di fantasia volto ad umanizzare figure che la storia ci ha spesso consegnato come leggende

Per quanto riguarda i costumi…Beh, basta soffermarsi sugli outfit di Barbanera che sicuramente darebbero meno nell’occhio in un circolo di motociclisti più che su una nave del XVII° secolo. Questa mancanza di accuratezza storica non la presenterei però necessariamente come un punto a sfavore. Anzi la serie sembra essere ben consapevole di non potersi sicuramente vantare a riguardo. Piuttosto ingaggia in maniera ironica con il materiale storico, prendendosi ampie libertà e pescando elementi narrativi ed estetici proposti in maniera accattivante allo spettatore. Non mancano poi richiami ad aneddoti, fatti e curiosità per stuzzicare invece l’occhio al pubblico appassionato di storia della pirateria.

Al contempo i costumi un po’ “cartooneschi” dei personaggi creano un quadro sorprendentemente coeso a livello visivo, per quanto eclettico e disparato. Anzi, diventano un vero e proprio elemento di analisi dei personaggi e della loro psicologia. Da ultimo, va sottolineato come manchi un po’ quella scintilla che contraddistingue alcuni dei progetti a cui ha partecipato in passato Taika Waititi. Per quanto l’umorismo funzioni infatti, mancano i picchi che contraddistinguono What we do in the shadows e i colpi di genio di Jojo Rabbit. Alcune battute cominciano a suonare un po’ trite dopo i primi episodi mentre altre sono lasciate cadere troppo facilmente.

Si tratta comunque di un’ironia generalmente ben costruita e che riesce, nonostante alcuni scivoloni, ad essere quando serve delicata e a lasciare spazio all’evoluzione della psicologia dei personaggi.

Verdetto finale

Guardare quindi Our flag means death o è meglio invece orientarsi su altro? Se si cerca qualcosa di leggero e sentimentale che intrattenga per qualche ora, sicuramente non ce la si può far sfuggire. E’ un prodotto riuscito nel suo complesso, nonostante qualche scivolone o occasione mancata rimane spesso consapevole dei propri limiti.

Jenkins riesce magistralmente nel compito non facile di portare insieme generi non sempre facili da conciliare. Un po’ commedia romantica, un po’ avventura in un’ambientazione a sfondo storico. Il risultato è un mix per buona parte brillante che riesce a mantenere un difficile equilibrio di elementi.

Merito va di certo attribuito al cast, che rappresenta sicuramente uno dei principali punti di forza della serie. Innanzitutto Darby e Waititi, magistrali da soli ma davvero eccellenti in coppia, grazie ad una chimica che traspare da ogni interazione. Affascinanti anche le interazioni tra Derby e Claudia O’Doherty, nei panni della moglie di Stede Mary. Inoltre sono rese bene le tensioni tra Edward e il suo braccio destro Izzy Hand, interpretato da Con O’Neill.

Chimica perfetta che caratterizza anche tutta la ciurma della Revenge, solo all’apparenza un gruppo mal assortito. I rapporti tra i membri appaiono complessi e profondi, seppur talvolta conflittuali, proprio come quelli di ogni famiglia elettiva. Convincenti anche gli antagonisti (se così si possono definire), in particolare Leslie Jones come “Spanish Jackie” e Rory Kinnear nel doppio ruolo di Nigel e Chauncey Badmington.

Sicuramente Our flag means death fornisce un po’ di evasione, strappando parecchie risate e forse qualche lacrimuccia. Soprattutto lo fa in maniera onesta e leggera, presentando una narrazione di affetti ed esperienze queer diversa da quella a cui i media ci hanno ormai tristemente abituati.

 

Ziggy Mercuzio