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Transfobia e comunicazione: il vero ruolo dei social

Transfobia e comunicazione: il vero ruolo dei social. Anche oggi appare nel mio feed un video di AbiCocca, di cui abbiamo parlato anche in altri miei interventi qui. Oggi tocca ad un commento live su un’altra creator Instagram, e di come ha smontato le sue teorie estremamente fallacie. Vediamolo insieme.

 

Transfobia: diritti reali o narrazione distorta?

Quando si parla di transfobia in Italia, il dibattito online spesso si accende su affermazioni semplificate, come quelle riportate nel video commentato: “le persone trans hanno tutti i diritti, possiamo sposarci e adottare”. Ma è davvero così? La realtà è più complessa. In Italia non esiste il matrimonio egualitario, ma solo le unioni civili, che non garantiscono esattamente gli stessi diritti, soprattutto in tema di filiazione. Parlare di transfobia significa anche riconoscere queste differenze legali e sociali che incidono concretamente sulla vita delle persone. Ridurre tutto a “diritti pieni” è una semplificazione che rischia di cancellare le criticità ancora esistenti, creando una narrazione fuorviante che non aiuta a comprendere davvero il contesto italiano.

 

Diritti civili e transfobia: cosa manca davvero in Italia

Affrontare il tema della transfobia significa entrare nel merito delle leggi e delle loro lacune. In Italia, le persone trans possono accedere a percorsi di affermazione legale e sanitaria, ma spesso devono affrontare iter lunghi, complessi e non uniformi sul territorio. L’adozione, ad esempio, non è un diritto automatico: si basa su interpretazioni giuridiche caso per caso, come la cosiddetta adozione dei figli dei propri partner. Questo significa che non esiste una tutela chiara e garantita per tutte le famiglie. Parlare di transfobia in questo senso non vuol dire ignorare i passi avanti fatti, ma riconoscere che esistono ancora ostacoli strutturali. La realtà, quindi, è lontana dall’immagine di un Paese completamente inclusivo e privo di discriminazioni.

 

Transfobia e sanità: tra accesso e disinformazione

Riagganciamoci quindi a questo sistema sanitario. Nel video si afferma che “gli ormoni e alcune operazioni sono gratuite”, suggerendo che questo dimostri una piena tutela. In realtà, la questione è più articolata. È vero che alcuni trattamenti sono coperti dal Servizio Sanitario Nazionale, ma l’accesso non è sempre semplice o rapido. Le liste d’attesa possono essere lunghe anche anni, e le differenze tra regioni sono significative. Parlare di transfobia in questo contesto significa anche evidenziare queste disuguaglianze. Inoltre, il fatto che esistano percorsi sanitari non implica che le persone trans siano “malate”, ma che necessitano di supporto medico riconosciuto, come accade in molte altre situazioni.

 

Identità di genere e transfobia: cosa dice la scienza

Vorrei puntualizzare per l’ennesima volta questo concetto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso l’incongruenza di genere dalla categoria dei disturbi mentali, inserendola tra le condizioni legate alla salute sessuale. Continuare a parlare di “malattia da curare” non solo è inaccurato, ma contribuisce a stigmatizzare ulteriormente le persone trans. Sapete quant’è rischioso affermare che “una persona trans è comunque una persona che ha la disforia di genere, che è comunque una malattia, affinché appunto si curi solo ed esclusivamente attraverso la transizione“? Significa rendere una patologia una condizione fisica e mentale che non va curata. Le persone trans non sono “malate” in senso stretto. Sono persone che non si riconoscono nel loro sesso assegnato alla nascita, che vanno accompagnate nell’affermazione di sé. Come una persona si taglia i capelli per piacersi, o si riduce il seno per vedersi allo specchio e star bene.

 

Transfobia e dati: cosa raccontano davvero le statistiche

Dire che in Italia non esiste transfobia e “tutte queste cavolate” significa ignorare i dati disponibili. Organismi come l’UNAR registrano ogni anno numerosi episodi di discriminazione legati all’identità di genere. Molti di questi anche raccolti da noi, come il caso di Fabiana, che non poteva affittare casa. Il suicidio di Giorgio a Napoli. E sono pochissimi degli eventi accaduti solo nell’arco di un anno. Questi possono includere violenze verbali, esclusione sociale e difficoltà nel mondo del lavoro. La transfobia non è sempre visibile, ma si manifesta in tante forme quotidiane. Negarla non aiuta a risolverla, anzi contribuisce a invisibilizzare chi ne è vittima. I numeri, purtroppo, raccontano una realtà diversa da quella descritta nel video commentato: una realtà in cui le persone trans continuano a dover lottare per il riconoscimento e la dignità. Una realtà che vivo ogni giorno sulla mia pelle, in prima persona.

 

Transfobia nel 2026: che aspetto ha, chi colpisce

Vi vorrei riportare solo alcuni dei casi più recenti documentati online. Queste informazioni provengono direttamente grazie all’impegno di Massimo Battaglio. Dal 2012, infatti, raccoglie tutti gli episodi di violenza omofobica e transfobica verificatisi in Italia. Potete trovare tutto cercando “Cronache di ordinaria omofobia“.

A Roma, giusto questo mese, i genitori di un ragazzo del liceo Aristofane hanno denunciato continui atti di bullismo omofobo subiti dal figlio trans da parte di una professoressa, sin dall’inizio dell’anno scolastico. Invece a Venezia una ragazza trans di 19 anni è stata aggredita nel parcheggio di una discoteca da una trentina di giovani. Torino, una ragazza trans lotta dal 2020, a seguito di ulteriori pressioni dei genitori che vogliono costringerla a firmare un atto di rinuncia alla tutela dei fratelli in caso di morte. Li ha denunciati ancora. Sempre a Roma una baby gang si è avvicinata alla sede dell’associazione GenderX ed ha sparato pallini a salve contro persone trans che sostavano davanti alla porta. Ancora a Torino Viktoria, donna trans, è stata raggiunta da individui in monopattino che l’hanno sfiorata, rivolto un insulto omofobo e sputato ripetutamente in volto.

 

Il confronto internazionale e la transfobia: un falso argomento

Un altro elemento del discorso riguarda il confronto con altri Paesi, utilizzato per minimizzare la transfobia in Italia. L’idea è che, siccome altrove la situazione è peggiore, allora non ci sia motivo di lamentarsi. Questo ragionamento è fallace. I diritti non sono una gara al ribasso: il fatto che esistano contesti più difficili non cancella i problemi locali. La transfobia va affrontata ovunque si manifesti, senza fare paragoni che rischiano solo di spostare l’attenzione. Ogni Paese ha le proprie sfide, e riconoscerle è il primo passo per migliorare. Attaccare le persone queer che difendono i diritti palestinesi, ad esempio, è solo uno dei tanti gesti. Che un popolo non sia tollerante con le persone LGBTQIA+ non li rende dei mostri in modo assoluto. Non esiste solo bianco e nero.

 

Transfobia e Palestina: quando il dibattito si sposta

Nel video commentato da AbiCocca viene citata per l’appunto la Palestina, ma in modo poco coerente con il tema iniziale. Questo tipo di argomentazione è un esempio di whataboutism, una strategia che devia la discussione per evitare di affrontare il problema principale. Parlare di transfobia in Italia non significa ignorare altre crisi globali, ma mantenere il focus su ciò che si sta analizzando. Inoltre, è importante ricordare che anche nei contesti più difficili esistono persone LGBTQIA+, che vivono una doppia marginalizzazione. Usare queste realtà come argomento per negare la transfobia altrove è una semplificazione che non rende giustizia alla complessità delle situazioni. Anzi, le semplifica oltre il tollerabile, bollandole come cause perse se non di poca importanza. Come se la sofferenza altrui fosse accettabile.

 

Esperienze quotidiane e transfobia: oltre le teorie

La transfobia non è solo una questione teorica o politica, ma una realtà che molte persone vivono ogni giorno. Può manifestarsi nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei servizi pubblici. Anche piccoli gesti, come l’uso scorretto dei pronomi o atteggiamenti discriminatori, contribuiscono a creare un ambiente ostile. Ne ho portato un esempio parlando dei seggi elettorali e della mia esperienza nel votare. Ridurre tutto a una questione di diritti legali significa ignorare la dimensione sociale della transfobia. È proprio questa dimensione che spesso ha l’impatto più forte sulla qualità della vita delle persone trans. Che le isola, le rende bersaglio facile e giustificato. Sta qui il problema.

 

Transfobia e comunicazione: il ruolo dei social

I social media giocano un ruolo fondamentale nella diffusione di informazioni, ma anche di disinformazione. Il video analizzato da AbiCocca è giustamente un esempio di come concetti complessi possano essere semplificati in modo fuorviante. La transfobia può diffondersi anche attraverso contenuti che sembrano “opinioni personali”, ma che in realtà perpetuano stereotipi e falsità. Per questo è importante sviluppare un approccio critico, verificare le fonti e ascoltare le voci delle persone direttamente coinvolte. La comunicazione ha un potere enorme, e usarla in modo responsabile è fondamentale. Soprattutto in questi contesti dove la cassa di risonanza fatta dalla comunità online porta rilevanza ad eventi altrimenti ignorati.

 

L’Italia quindi è esente dalla transfobia?

Il dibattito sulla transfobia in Italia è molto più complesso di quanto possa sembrare da alcune narrazioni online. I diritti esistono, ma non sono completi; i servizi ci sono, ma non sempre accessibili; la discriminazione è reale, anche se non sempre visibile. Affrontare la transfobia significa andare oltre le semplificazioni e confrontarsi con dati, esperienze e contesti diversi. Solo così è possibile costruire una società più inclusiva, in cui ogni persona possa vivere la propria identità senza paura o ostacoli.

 

Mi rivolgo adesso alla ragazza del video commentato. Adesso che hai queste informazioni alla mano, tu che vivi la realtà trans sulla tua pelle. Ti senti davvero al sicuro? O ci bolli ancora come “di sinistra“?

Aeden Russo

 

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