Pride e omofobia: perché il problema non è l’opinione, ma l’insulto. Analizzando un Reel trovato su Instagram la settimana scorsa andiamo a toccare uno dei temi principali in questo mese del Pride.
Quando l’orientamento sessuale diventa un bersaglio
Una riflessione pubblicata da Rosy Di Carlo sui social ha riacceso il dibattito su un tema che accompagna da anni la comunità LGBTQIA+: la differenza tra una critica rivolta a una persona e un insulto che colpisce la sua identità. Il commento prende spunto dal caso di Lino Giuliano, concorrente escluso dal Grande Fratello prima ancora di entrare nella casa dopo alcune dichiarazioni omofobe. Seppur in risposta ad un atteggiamento possibilmente scorretto del tiktoker Vincenzo Galasso, meglio conosciuto come Enzo Bambolina, dare del “ricchione di merda” non è sicuramente tollerabile. Come usare la scusante del “ho molti amici gay“; se li avessi sul serio capiresti la gravità della tua affermazione. Nel suo intervento, Rosy prova a spiegare un concetto che spesso viene ignorato nelle discussioni online. Secondo la creator, dire a qualcuno “non mi piaci” è profondamente diverso dal dire “sei una lesbica di merda“ o utilizzare l’orientamento sessuale come elemento offensivo. In questo secondo caso non si sta criticando un comportamento individuale, ma si sta attaccando una caratteristica identitaria.
Pride e il significato delle tutele contro la discriminazione
Uno dei passaggi più forti del video riguarda proprio la domanda: da cosa dovrebbero essere tutelati gli eterosessuali? Rosy sottolinea come non esista un fenomeno sistematico di persone insultate, emarginate o discriminate semplicemente perché eterosessuali. Questa osservazione non vuole negare che ogni individuo possa subire insulti o bullismo, ma evidenzia una differenza fondamentale tra conflitti personali e discriminazioni strutturali. Quando si parla di Pride e diritti LGBTQIA+, il punto centrale non è stabilire chi possa essere offeso, ma comprendere quali categorie sociali siano state storicamente colpite da pregiudizi radicati. Essere definiti con un insulto legato al proprio orientamento sessuale significa ricevere un messaggio preciso: la propria identità viene considerata qualcosa di sbagliato, inferiore o degno di scherno. È una dinamica che molte persone queer conoscono fin dall’adolescenza e che spesso si manifesta in famiglia, a scuola, sul lavoro o negli spazi pubblici. Il Pride nasce anche per contrastare questa realtà, ricordando che nessuno dovrebbe essere giudicato o svalutato per chi ama o chi è. Le tutele legali e sociali non rappresentano privilegi speciali, ma strumenti pensati per contrastare fenomeni di discriminazione che esistono concretamente e che continuano a produrre conseguenze sulla vita quotidiana di moltissime persone.
Pride e il peso delle esperienze vissute dalla comunità LGBTQIA+
Nel suo discorso, Rosy richiama esperienze che molte persone LGBTQIA+ conoscono purtroppo molto bene: essere rinnegati dalla famiglia, sentirsi invisibili nella società o subire ostilità semplicemente per il proprio orientamento sessuale. Sono situazioni che raramente trovano spazio nelle polemiche social, ma che rappresentano il motivo per cui il Pride continua a essere necessario ancora oggi. Chi osserva la questione dall’esterno spesso vede soltanto le parate colorate o le campagne di sensibilizzazione, senza considerare il percorso che ha portato alla loro esistenza. Dietro ogni Pride esistono storie di discriminazione, esclusione e lotte per il riconoscimento dei diritti civili. Proprio per questo motivo molte persone LGBTQIA+ reagiscono quando sentono affermare che “ormai hanno ottenuto tutto“. La realtà è più complessa. In numerosi contesti continuano a verificarsi episodi di omofobia, aggressioni verbali e discriminazioni che colpiscono giovani e adulti. Secondo Rosy, comprendere davvero il significato di queste tutele richiede la capacità di immedesimarsi in chi ha vissuto tali esperienze sulla propria pelle. Il Pride non è quindi una celebrazione vuota o una manifestazione contro qualcuno, ma un momento di visibilità collettiva che ricorda l’importanza dell’uguaglianza e del rispetto reciproco.
Oltre le polemiche: il Pride come risposta alla disinformazione
La discussione generata dal video dimostra ancora una volta quanto sia facile trasformare temi complessi in slogan semplicistici. Da anni una parte del dibattito pubblico cerca di presentare il Pride come un simbolo di presunti privilegi o come una minaccia ai diritti altrui. In realtà, come evidenzia il ragionamento di Rosy Di Carlo, il punto non è stabilire chi abbia più diritti, ma riconoscere che alcune categorie continuano a essere bersaglio di discriminazioni specifiche. Quando una persona viene insultata utilizzando il suo orientamento sessuale come arma, il problema non riguarda soltanto il singolo individuo, ma un intero sistema di stereotipi e pregiudizi. Parlare di Pride nel 2026 significa allora affrontare questi meccanismi e chiedersi perché determinati insulti vengano ancora percepiti come accettabili. Significa anche ricordare che il rispetto non si misura sottraendo tutele a qualcuno, ma garantendo dignità a tutti. E forse è proprio questo il messaggio che emerge dal video: la libertà di esprimere un’opinione non coincide con il diritto di discriminare. Il Pride continua a rappresentare uno spazio di rivendicazione, memoria e consapevolezza, necessario finché esisteranno persone costrette a difendere la propria identità dagli attacchi e dai pregiudizi.
Facciamo un conto: a che punto siamo?
Una persona come Lino Giuliano dovrebbe rendersi conto del mondo che sta contribuendo a plasmare. Perché si parte da un insulto, poi si arriva alle maniere forti. A Como un 17enne è stato preso a insulti omofobi, schiaffi e pugni da tre coetanee. Però dai, è solo un ricchione di merda. A Crema una donna, già ospite di una struttura di accoglienza protetta del territorio, è stata insultata e aggredita fisicamente sul treno: “Una donna deve fare la donna“, le parole che le hanno rivolto. A Napoli, nella mia città, Adriana Oliveira, attivista trans, passeggia con due amici. Facendo tappa in un bar, viene colpita e ferita con un coltello. L’amica cerca di difenderla e viene colpita con una bottiglia. Il terzo amico riesce a scappare. Catania, alla fermata del bus, una ragazza lesbica è stata importunata da un branco di persone piccole, che l’hanno insultata e gettata a terra con un pugno. Questo è il nostro mondo di adesso, non quello del ’69, ai tempi di Stonewall. Sono passati la bellezza di 56 anni, 20799 giorni, e nulla è cambiato.
Ma il Pride sta perdendo efficacia?
Penso che non esista al mondo una realtà più cruda e triste di questa. Ma sì, credo che il mese del Pride abbia perso completamente rotta e bussola. Dalla rivendicazione dei diritti mancati della comunità siamo passati alle manovre di marketing e le carnevalate. Ed è per questo che molti Pride perdono persone e rilevanza mediatica. Lo vediamo a Napoli, dove molte più persone fanno affidamento all’ARREVUTAMM PRIDE piuttosto che la parata ufficiale cittadina. Sempre più attivisti, alleati e in generale persone dedite al raggiungimento delle pari opportunità e diritti stanno aprendo gli occhi. Prima sostenere la comunità LGBTQIA+ era quasi un vanto momentaneo: rifacciamo i loghi aziendali, inondiamo i negozi di cianfrusaglie a costi elevati. Oggi quasi invece c’è il fenomeno opposto: accostarsi al Pride e la comunità? Diventa controverso, pericoloso. Lo vediamo con Zaya Perysian, personalità di TikTok, attrice e attivista americana. Quasi la maggioranza dei suoi contratti con brand di successo è sparita per la sua presa di posizione contro Trump e pro diritti trans. Adesso è considerata come un volto problematico, da cui star lontani.
Cosa c’è rimasto da fare allora? Dove possiamo migliorare? A tutto questo non so rispondere. Posso solo continuare a fare informazione sana, indipendente e corretta, nella speranza di poter raggiungere quante più persone possibili.
Aeden Russo
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