Fuori dal coro oppure disinformazione? Questo è il caso di Fiore, persona FTM che si presenta sui social per la sua detransizione. Ma cerchiamo di capire chi è, dov’è apparsa la sua testimonianza e cosa ha scaturito.
Fuori dal Coro oppure disinformazione?
Domenica 18 Ottobre il programma “Fuori dal Coro” ha mandato in onda su Rete 4 un servizio curioso. “Io, ragazzo trans, dico: basta bimbi trans“. La storia è di Fiore, un ragazzo trans che racconta di aver sbagliato strada. Subito dopo, tre voci hanno risposto punto per punto. La dottoressa Enrica Passeri, sessuologa. Ben Poised, creator non binario. Ed Edo Zedda, creator trans. Noi le abbiamo messe in fila, abbiamo controllato i fatti e vi raccontiamo cosa regge e cosa no.
Capita ogni tanto che un singolo servizio televisivo riaccenda un dibattito. È successo di nuovo con il programma di Mario Giordano. Qui, la detransizione di un ragazzo rimette in discussione i percorsi di affermazione di genere, minori compresi. Il problema è che nel mezzo ci sono una persona in carne e ossa, una questione scientifica complessa e un titolo che parla di “bimbi” per una storia iniziata a 18 anni. Proviamo a fare ordine, con calma, un pezzo alla volta, partendo da quello che è andato in onda.
Fuori dal Coro, la puntata che ha riacceso lo scontro
Domenica 18 Ottobre, in prima serata su Rete 4, Fuori dal Coro ha trasmesso un servizio su Fiore, conosciuto online come Fiore Trans FtM. Secondo le ricostruzioni di altre testate, il ragazzo ha iniziato la terapia ormonale a 18 anni. Nel servizio si dice contrario ai percorsi per i minori e alla comunità LGBTQIA+. Il programma ha presentato la sua storia come quella di un “pentito“, e a rilanciarla c’era un titolo che parlava esplicitamente di “bimbi trans”.
Il giorno dopo la puntata sono arrivate le reazioni: attiviste e attivisti, associazioni, creator e psicologi hanno contestato il taglio del servizio. Parlano di disinformazione e di mancanza di contraddittorio. Il solito italiano. Le tre analisi da cui parte questo articolo vengono da quel fronte, ognuna con un taglio diverso: scientifico, comunicativo e giornalistico.
Il titolo che non torna: “bimbi trans” per un percorso iniziato a 18 anni
Partiamo dal dettaglio che salta all’occhio per primo. Il servizio si intitola “Io, ragazzo trans, dico: basta bimbi trans“. Ma il protagonista ha iniziato il percorso di affermazione di genere da adulto. Edoardino Zedda, nel suo video, la mette giù chiara: che c’entrano i bambini con l’intervista a un ragazzo che ha cominciato la terapia ormonale da maggiorenne? Non è una sottigliezza: il titolo di un servizio è la prima cosa che arriva al pubblico.
Associare una storia adulta alla parola “bimbi” sposta la discussione su un terreno emotivamente esplosivo, quello dei più piccoli, senza che i fatti lo giustifichino. In giornalismo si chiama inquadratura, e in questo caso l’inquadratura sembra decidere in anticipo la conclusione. Ed è qui che il servizio di Fuori dal Coro mostra la sua prima debolezza: il titolo promette una storia sui bambini, mentre il racconto parla di un ragazzo maggiorenne, e il pubblico fatica a distinguere le due cose.
Fuori dal Coro e la storia di Fiore: cosa ha raccontato
Vediamo cosa ha detto Fiore, in sintesi. Durante l’ora di educazione sessuale (guarda un po’), a circa 16 anni, un insegnante avrebbe parlato delle persone trans. Più avanti, in una seduta di 50 minuti con uno psichiatra, indicato da un’associazione trans, gli avrebbero diagnosticato la disforia di genere. Da lì sarebbero arrivati gli ormoni e, secondo il racconto riportato da Ben Poised, interventi chirurgici come la top surgery e l’asportazione di utero e ovaie. Oggi Fiore critica duramente l’identità di genere e sostiene che i minori non debbano ricevere alcun supporto.
Davanti alle telecamere ha affermato che “i bambini trans non dovrebbero esistere“. Sostenendo anche che il sesso sia immutabile. Il racconto, va detto, è una testimonianza personale e come tale merita rispetto: il punto è cosa se ne ricava. Una storia individuale, per quanto dolorosa, non può diventare la prova di cosa succede a tutte le persone trans. Per questo, quando si guarda il servizio di Fuori dal Coro, conviene separare quello che Fiore dice di sé da quello che il programma ha deciso di costruirci sopra, perché non sono la stessa cosa.
I 50 minuti: cosa prevede davvero il percorso in Italia
Qui entra in gioco il fact checking di Edoardino. Il ragazzo, dice, avrebbe ricevuto la diagnosi in una seduta di 50 minuti. Ma in Italia, ricorda, servono mesi di valutazione prima della relazione psicologica o psichiatrica che attesta l’incongruenza di genere. Poi esami fisici e una valutazione di eventuali altre problematiche. C’è una precisazione da fare: i sei mesi di psicoterapia non sono previsti dalla legge 164 del 1982, ma dal protocollo ONIG, l’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere, seguito dalla maggior parte dei centri pubblici (le linee WPATH, ricorda il MIT, non lo richiedono).
Chi si rivolge ai centri specializzati, quindi, trova in genere tempi lunghi. Roberta Parigiani, presidente del MIT, ha ribadito che per ottenere le prime terapie ormonali servono mesi e più specialisti. Una diagnosi in 50 minuti, se andata davvero così, sarebbe una grave anomalia: ma senza nomi e circostanze non è verificabile, e diverse testate si chiedono proprio perché nel servizio non vengano indicati. Anzi, tutto questo percorso viene condensato in pochi secondi, ed è proprio questa compressione a far sembrare plausibile l’idea di una diagnosi sbrigativa e di una strada a senso unico.
Fuori dal Coro e l’ora di educazione sessuale
C’è un altro dettaglio che non è passato inosservato: nel servizio di Fuori dal Coro l’incontro con il tema della transizione avviene durante un’ora di educazione sessuale. Edoardino fa notare la coincidenza con la raccolta firme per il referendum sull’educazione sessuale nelle scuole. E insinua giusti dubbi sul perché proprio adesso. Va precisato che la raccolta si era già chiusa il 30 Settembre, con circa 600mila firme depositate in Cassazione contro la legge 104/2026, la cosiddetta legge Valditara, e che ora si attende il vaglio degli organi competenti. Ma la cattiva pubblicità non aiuta la causa. Quella sul tempismo resta un’opinione, ma forte. Interessante, invece, il passaggio di Ben Poised, secondo cui proprio l’educazione sessuo-affettiva serve a spiegare ai più giovani che la terapia medica non è l’unica risposta né un passaggio obbligato.
Cos’è davvero la detransizione, secondo Enrica Passeri
Veniamo al cuore scientifico della questione, con il post della psicologa Enrica Passeri. Primo punto: “detransizione” è una parola ombrello. Può indicare il ritorno a una precedente presentazione sociale di genere, la sospensione di trattamenti medici o la decisione di modificare il proprio percorso. Sono cose diverse: interrompere gli ormoni non vuol dire per forza smettere di identificarsi trans, e rimpiangere un trattamento non equivale a rinnegare la propria identità. Il servizio di Fuori dal Coro, secondo la sua lettura, ha trasformato un fenomeno complesso in un racconto semplificato e stereotipato. Passeri aggiunge che alcuni effetti dei trattamenti possono regredire e altri essere permanenti, e che anche le possibilità di recupero della funzione riproduttiva dipendono da ciò che si è ricevuto. Per questo, scrive, la detransizione richiede un accompagnamento psicologico, endocrinologico e chirurgico personalizzato, proprio come l’affermazione.
Fuori dal Coro e i numeri: quanto è frequente la detransizione
E quanto è frequente? La risposta onesta, scrive Passeri, è che “non abbiamo ancora una percentuale unica e affidabile“. Il suo riferimento è una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sul Journal of Sexual Medicine, che ha trovato percentuali di interruzione della terapia ormonale tra l’1,6% e il 9,8% (e dal 1% al 7,6% per i bloccanti della pubertà). Gli autori stessi precisano però che gli studi erano per lo più retrospettivi e non abbastanza ampi da stimare con precisione la detransizione, e chiedono ricerche con follow-up più lunghi.
Chi è critico verso i percorsi per i minori, come l’organizzazione SEGM, sostiene invece che l’interruzione possa essere sottostimata, citando ricerche sugli adolescenti con percentuali più alte. Tradotto: i numeri sono bassi ma incerti, e chi li usa come argomento definitivo, in una direzione o nell’altra, forza la mano. Un servizio come quello di Fuori dal Coro avrebbe potuto citare almeno una di queste ricerche e i loro limiti, invece di lasciare l’impressione di un fenomeno diffuso e fuori controllo.
Perché si detransiziona: le ragioni che la tv ha semplificato
Un punto centrale del post di Passeri riguarda i motivi. Le persone che rivalutano la propria identità, che riferiscono di aver vissuto un percorso medico non adatto o di essere insoddisfatte dei risultati, sono, scrive, la minoranza. La maggior parte descrive difficoltà economiche, problemi di salute incompatibili con i farmaci, discriminazioni, rifiuto familiare o pressioni sociali. Online, nel commentare il servizio di Fuori dal Coro, si arriva alla stessa conclusione: quando una persona trans torna indietro, nella grande maggioranza dei casi pesano le pressioni familiari e la discriminazione, un dato che la trasmissione ha ignorato. Ridurre tutto a un’unica spiegazione, ammonisce la psicologa, significa non solo perdere informazioni cliniche importanti ma dare una lettura distorta della realtà. È un messaggio che vale per entrambe le parti: chi vuole capire la detransizione deve ascoltare le storie, tutte, comprese quelle che non fanno ascolti.
Fuori dal Coro e il contraddittorio mancato
Il rimprovero più netto di Ben Poised è giornalistico. Per un’informazione corretta ed etica, scrive, la trasmissione avrebbe dovuto affiancare al racconto di Fiore la testimonianza di una buona esperienza di affermazione di genere. Oppure il parere di specialisti che mostrassero come funzionano davvero le cose. Chiede, in sostanza, quello che si chiede a qualsiasi inchiesta seria: più di una voce. Le “dieci domande a Mario Giordano” pubblicate online vanno nella stessa direzione e chiedono, tra le altre cose, se la redazione di Fuori dal Coro abbia contattato professionisti, centri o associazioni trans prima di andare in onda, e perché nel servizio la responsabilità passi da un insegnante a una professionista. Sono domande legittime, e per ora non abbiamo trovato risposte nelle fonti consultate. Una televisione che parla a milioni di persone di salute dei minori ha, almeno, il dovere di mostrare i fatti da più angolazioni.
La smentita di Fiore e il post cancellato
La vicenda ha avuto un colpo di scena il giorno dopo. Fiore ha poi pubblicato su Facebook un post in cui scriveva di non essere affatto pentito del suo percorso e dichiarava di sentirsi meglio con un aspetto più maschile. Ha aggiunto che la frase attribuita all’insegnante si riferiva all'”ideologia gender“ e che quel passaggio era stato tagliato al montaggio. Il post è stato rimosso poco dopo, mentre sul suo profilo Instagram resta un Reel in cui ringrazia la redazione. Roberta Parigiani, rilanciando il caso, ha parlato di una persona fragile strumentalizzata dalla destra.
Nelle fonti consultate non risultano rettifiche da parte del programma. Non sappiamo cosa sia successo dietro le quinte e non vogliamo ricostruirlo a nostra fantasia: resta, però, un fatto scomodo per chi ha costruito un servizio sul pentimento. Ossia che il diretto interessato, almeno per un giorno, ha detto altro. Su questo punto, la domanda per Fuori dal Coro è semplice: se l’intervistato precisa il giorno dopo, il programma ne dà conto al suo pubblico oppure lascia in piedi il titolo originale?
Fuori dal coro, come si presenta Fiore: “Non fa parte della comunità”
Chiudiamo il capitolo con un aspetto che riguarda come Fiore si presenta pubblicamente. Sui suoi canali si definisce un “Trans FtM italiano che non fa parte della comunità ABCDEFGHI+” e dice di usare quello spazio per condividere la propria esperienza. Intanto una precisazione: nessuno è obbligato a sentirsi parte di una comunità, e ognuno ha il diritto di dire di sé quello che vuole. Il tono, però, è un’altra cosa: l’acronimo dilatato fino alla parodia è una formula che circola da tempo nel dibattito contro le persone LGBTQIA+. E serve a ridicolizzare, non a descrivere.
Alcune testate hanno anche riportato che il suo canale YouTube conterrebbe video di canti del periodo fascista. È un’informazione di seconda mano, che non abbiamo verificato e che non usiamo per giudicare nessuno. Anche Edoardino invita a non scaricare le colpe su di lui. La questione non è lui: è l’uso che ne ha fatto un programma televisivo. Per capire perché la presentazione di Fiore pesi tanto, bisogna ricordare che Fuori dal Coro l’ha messa al centro del servizio come garanzia di autenticità. Un ragazzo trans che parla contro la comunità sembra, agli occhi del pubblico, una voce più credibile.
“Bimbi trans: ecco l’orrore” e le presunte castrazioni
Edoardino si sofferma poi su un altro dettaglio: sotto l’intervista a un ragazzo che ha iniziato la terapia da adulto compare una scritta del tipo “Bimbi trans: ecco l’orrore di cui nessuno parla“. E sui social di Fiore, dice, si parla di castrazioni di bambini pagate con le tasse degli italiani, cosa che definisce manipolazione. Cosa sappiamo? Secondo il MIT, in Italia la terapia ormonale può essere prescritta ai minori dai 16 anni, con il consenso dei genitori e dopo valutazione di un’équipe multidisciplinare. Gli interventi chirurgici di riassegnazione, secondo le linee seguite dai centri, riguardano gli adulti.
Chi parla di “castrazioni” lo fa per via della triptorelina, il farmaco dei bloccanti della pubertà, su cui il dibattito scientifico è reale e di cui abbiamo parlato in un altro approfondimento. Un farmaco temporaneo e reversibile non è un’operazione, e usare quel termine ha un solo effetto, spaventare. Su questo, il servizio di Fuori dal Coro non ha chiarito che cosa intenda per intervento e a quale età, lasciando al pubblico l’immagine di bambini sottoposti a operazioni che, secondo gli specialisti citati, non esistono.
Fuori dal Coro e la “propaganda” secondo Edoardino
Il tono del video di Edoardino è quello di chi è arrabbiato, e lo dice senza giri di parole: Fuori dal Coro, per lui, è “pura propaganda“. Il suo ragionamento è lineare: un programma Mediaset in prima serata non è una radio locale gestita da tre ragazzi in piazza. Quindi i contenuti vengono esaminati nel dettaglio prima di andare in onda, e pensare il contrario sarebbe ingenuo. Aggiunge che il tema si inserisce in un momento politico delicato, con nuove elezioni all’orizzonte. E invita il suo pubblico a filtrare le informazioni, a non dare per scontato che una cosa sia vera solo perché la si vede in tv o sui social e a informarsi in autonomia.
Che si condivida o meno il suo tono, il consiglio finale è difficile da contestare. E ha una premessa importante: se davvero qualcuno ha agito in modo illegale con quel ragazzo, va condannato. Se invece il racconto non regge, ci troviamo davanti a un’altra storia.
Il dibattito scientifico vero: dove sta l’incertezza
Sarebbe comodo dire che tutto sia chiaro, ma non lo è, e raccontarlo come se lo fosse non aiuta nessuno. Sui percorsi per i minori esiste una discussione scientifica autentica. Il Comitato Nazionale per la Bioetica, già nel parere del 2018 sulla triptorelina, chiedeva studi indipendenti più solidi di quelli disponibili. E la stessa revisione del 2025 sulla detransizione conclude che il fenomeno è stato indagato in modo insufficiente. Questa incertezza, però, non giustifica né il racconto di un’unica storia come prova generale, né i divieti per legge. Giustifica, semmai, più ricerca, più follow-up e più ascolto. Le linee WPATH, ricorda Passeri, prevedono proprio una valutazione multidisciplinare e un accompagnamento anche per chi cambia direzione.
Riconoscere la detransizione, scrive, significa migliorare i percorsi di cura. È una posizione che mette d’accordo più persone di quante sembri. Prendere sul serio le persone che tornano indietro e quelle che trovano nell’affermazione una risposta ai propri bisogni. In un programma come Fuori dal Coro, questa complessità avrebbe trovato spazio con pochi minuti in più e almeno un ospite in grado di spiegare dove finiscono i dati e dove iniziano le opinioni.
Fuori dal Coro e l’effetto sulle famiglie e sui ragazzi
L’ultima parte del ragionamento di Ben Poised riguarda le conseguenze. Fare “terrorismo psicologico” sui media fa male a tutti, scrive. Spaventa le famiglie, isola i minori privandoli di un ascolto sicuro e volta le spalle ai diritti della stessa comunità di cui ci si dice parte. Non è una preoccupazione astratta. Un servizio in prima serata che associa la parola “bimbi” a un’idea di pericolo ha un peso concreto. Una famiglia che teme di sbagliare può reagire chiudendosi invece di ascoltare. E un ragazzo o una ragazza che si sentono stigmatizzati per una domanda sulla propria identità rischiano di non chiedere aiuto a nessuno. Che è esattamente il contrario di ciò di cui avrebbero bisogno. Anche per questo il peso di un titolo come quello scelto da Fuori dal Coro non si misura in ascolti, ma nelle conversazioni che innesca nelle case, a tavola e sui banchi di scuola.
Cosa si può chiedere alla televisione
Se volessimo trasformare tutto questo in una piccola lista della spesa per chi fa informazione, sarebbe più o meno questa. Verificare l’età e il percorso reale della persona intervistata, prima di scegliere un titolo. Dare i nomi e le circostanze, o spiegare perché non si fanno. Interpellare specialisti dei centri di riferimento e le associazioni, non solo chi sostiene una tesi. Distinguere sempre tra detransizione, interruzione di una terapia e pentimento, che sono cose diverse. Mostrare i numeri con i loro limiti, invece di brandirli. E, quando l’interessato smentisce o precisa il giorno dopo, dirlo. Sono richieste di buon senso, non di parte: valgono per Fuori dal Coro come per qualsiasi altro programma, e varrebbero anche a parti invertite, se qualcuno raccontasse una sola storia, di segno opposto, come fosse la prova di tutto.
Fuori dal Coro, cosa resta di questa storia
Alla fine, cosa ci portiamo a casa? Che una persona ha il diritto di raccontare il proprio percorso, anche quando è doloroso e anche quando non coincide con quello di altri. E la detransizione esiste, merita attenzione scientifica e assistenza, e non può essere usata come clava. Ma i numeri ci dicono una cosa prudente e importante: sono bassi ma incerti, e il modo giusto di trattare l’incertezza è studiare e accompagnare, non vietare. E che la televisione, quando parla di minori e di salute, ha una responsabilità: Fuori dal Coro ha scelto il titolo, l’inquadratura e il taglio, e si può discutere se sia stato giusto.
Come scrive Passeri, bisogna distinguere ciò che una storia ci racconta da ciò che possiamo affermare su un’intera popolazione. Su questo, per fortuna, si può essere d’accordo in tanti.
Aeden Russo
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